Dune Villeneuve locandina

Atteso con eccessi messianici a Venezia, dove è sbarcato in prima mondiale fuori concorso, al riparo dalle insidie della gara (capita spesso a questo genere di film), il Dune di Denis Villeneuve porta con sé aspettative, isteria festivaliera e l’amore che i fan del genere, del regista o del ciclo di romanzi nati dalla penna di Frank Herbert gli tributano in anticipo. Sulla fiducia.

Con gli entusiasmi raffreddati dal COVID, ma lo zoccolo duro di appassionati in prima linea, la première alla Mostra del 3 settembre è stata probabilmente l’evento glam più elettrico della kermesse. Del distanziamento sociale i fan di Timothée Chalamet, assembrati negli angoli più impensati del Lido, si sono fatti un baffo. Alle anteprime mattutine che precedono la proiezione ufficiale in Sala Grande sono circolati addetti al controllo anti-pirateria (ma a chi in sala ha abbassato la mascherina sotto al naso nessuno ha detto niente).

La storia è quella che tutti sappiamo, riletta senza sorprese e senza licenze [a differenza di quanto avrebbe provato a fare Jodorowsky]. Al duca Leto Atreides (Oscar Isaac) viene affidato come feudo il pianeta Arrakis, chiamato Dune. Con lui vi si trasferiscono la concubina Jessica (Rebecca Ferguson), il figlio Paul (Chalamet) e il responsabile della sua educazione militare Gurney Halleck (Josh Brolin). Dune genera “la spezia”, inestimabile sostanza dalle proprietà più uniche che rare: il suo traffico genera illegalità e disuguaglianze. L’ambiente è riarso e inospitale, e i suoi deserti sono abitati da mortali, enormi vermi delle sabbie. Quando l’ombra del tradimento si allunga sulle vite della famiglia chiamata a reggere il pianeta, il dramma è pronto a esplodere con serie iniezioni adrenaliniche.

Dune Oscar Isaac

Echi di Amleto (pur con tutte le distanze da un precedente così illustre) a ritmi narrativi psichedelici in una fotografia – curata dal candidato all’Oscar Greig Fraser – che esplora la paletta dei marroni e dei kaki: Dune impone la sua cifra stilistica, un dazio visivo sugli occhi dello spettatore.

Forse la sequenza più sorprendentemente spettacolare, a livello visuale, è quella in cui subito dopo l’incipit il duca Leto accetta di governare Arrakis: la marmorea solennità dei grigi (più freddi della palette di colori che caratterizza la maggior parte del film) scolpisce i personaggi mentre Villeneuve giganteggia in tecnica nel muovere la macchina da presa. È lì che si esprimono al meglio anche i costumisti Bob Morgan e Jacqueline West, che fasciano i protagonisti in statuarie divise militari.

Dune

Poi il film schiaccia sull’acceleratore in modo quasi stordente. La visione prevarica sul plot, e la sensazione è che il tridente composto da Villeneuve, Jon Spaihts ed Eric Roth – che hanno sceneggiato Dune – ne fosse consapevole in partenza. La pellicola è chiaramente girata per colpire e frastornare: una sorta di ubriacatura visiva, un formidabile abbaglio di oltre due ore e mezza.

Il regista è manifestamente in totale controllo di ogni aspetto del film, tecnico e non solo. E nella sua sicurezza tratta la materia, idolatrata da chi ama il genere e il lavoro di Herbert, maneggiandola con ieratica deferenza. Dune e la sua storia, nello sguardo di Denis Villeneuve, non hanno bisogno di presentazioni. E nemmeno di spiegazioni di troppo.

Così, l’approccio alla materia finisce per diventare arduo per i non iniziati, non recettivi di fronte all’appeal che il racconto dovrebbe esercitare di default secondo i suoi estimatori.

E quando Dune, pur nei suoi momenti da videogioco deluxe, inizia a prendersi parecchio sul serio e ad aggiungere tocchi new age al cocktail filmico, la sensazione è quella di assistere a uno spettacolo a tratti algido: si ferma all’esibizione là dove avrebbe potuto scavare nel dedalo mentale dei suoi protagonisti, e resta imbrigliato nella sua roboante grandeur.



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