Lo ammetto, ho un problema con biopic e film tratti da una storia vera: il motivo è che di solito raccontano una storia per lo più romanzata, quando non totalmente rielaborata, spacciandola per obiettiva. Soprattutto se conosco quanto meno vagamente la vicenda, so che finirò per irritarmi. Per fare un esempio concreto, non c’è film che mi abbia fatto più infuriare de Il processo ai Chicago 7, simbolo di come si possa prendere un episodio realmente accaduto e ri-raccontarlo omettendo parti, modificando dettagli, ricamando eventi, fino a trasmettere il messaggio voluto fin dall’inizio, sacrificando la realtà sul suo altare. Guardando King Richard – Una famiglia vincente mi sono reso conto che il segreto per godersi un film basato sul reale è non sapere nulla o quasi della vicenda che racconta. 

Non che non conoscessi le sorelle Williams prima del film: sono pur sempre un maschio italiano, è nella mia natura fermarmi di fronte a qualunque spettacolo sportivo venga trasmesso davanti ai miei occhi, in qualunque occasione. Pur da appassionato occasionale di tennis, non avevo dubbi sul fatto che le Williams siano state due delle (o forse semplicemente le due) tenniste più forti nella storia della disciplina. E avendo vissuto su questo pianeta negli ultimi 30 anni abbondanti, ero abbastanza sicuro che il loro percorso di atlete di colore in una disciplina per bianchi, borghesi (e spesso snob) non dovesse essere stata una passeggiata. Ciò che ignoravo è che loro padre, Richard WIlliams, avesse un piano. 

Richard Williams (Will Smith) vive a Compton, periferia suburbana di Los Angeles. Si definisce un uomo d’affari, anche se il lavora come guardia giurata notturna: la sua attività è quella di provvedere insieme alla moglie Oracene (Aunjanue Ellis) alle loro cinque figlie, per cui ha previsto e programmato un futuro di successo. Per Venus (Saniyya Sidney) e Serena (Demi Singleton) Williams, nello specifico, ha redatto un piano di 70 pagine in cui sono elencate tutte le tappe che porteranno le due ragazze a guadagnare milioni di dollari nel tennis professionistico. La tabella di marcia tuttavia prevede l’affiancamento con un allenatore di alto livello, ma non è facile convincere l’ingessato mondo del tennis del talento di due ragazzine nere che si allenano su un campaccio frequentato da gang. 

Richard è il re autoproclamato della famiglia Williams, istrionico e controllante, dispotico e amorevole, sinceramente e profondamente determinato a garantire alle figlie una vita migliore della sua, a tal punto da non lasciare loro spazio di manovra all’interno di quella vita che lui vorrebbe migliore. Perennemente in bilico tra l’affabulatore da televendita e il genio visionario, Smith incarna Richard fin dai suoi tic fisici: la camminata ciondolante, da tamarro di periferia, il labbro prominente, la parlata impastata. Se ne riparlerà, quasi sicuramente, in zona Oscar, sia per il film (che rispetta quella formula che un tempo portava dritto alla statuetta), sia per l’interpretazione dell’ex Principe di Bel Air. 

Di quanto sia problematica però una figura come quella di Richard la pellicola di Reinaldo Marcus Green non se ne occupa mai. C’è sempre una battuta, una presa in giro, un’uscita dolce o piaciona a chiudere le uscite eccessive di Richard e chissà se è farina di Smith, fedeltà al personaggio originale o volontà di rendere più digeribile al pubblico di questo tipo di film un personaggio altrimenti spigoloso e di difficile inquadramento. Quale che sia la risposta, si perde nell’interpretazione di Smith, completamente dentro un personaggio che gli calza a pennello, la cui marmoree convinzione risulta incrinata solamente dalle legittime rivendicazioni della moglie Oracene quando viene esclusa dalle decisioni fondamentali sulla vita delle figlie. 

Sul versante sportivo, invece, la pellicola scorre liscia nella migliore tradizione delle pellicole di queste genere a stelle e strisce. La cavalcata verso la gloria di Venus e il destino da seconda in linea dinastica di Serena appassiona e commuove, al punto che i quasi 150 minuti di proiezione scorrono lisci senza farsi notare e il finale arriva quasi all’improvviso, mentre si sarebbe pronti a lasciare scorrere davanti agli occhi almeno un’altra ora di quel dominio fatto di potenza, concentrazione e consapevolezza messo in scena alla perfezione da Saniyya Sidney e Demi Singleton.

Resta, tuttavia, una sola, grande domanda che finisce per ronzare in testa per tutta la durata del film: perchè usare il punto di vista di un uomo per raccontare la parabola di successo di due tra le più grandi atlete ad aver mai calcato questo pianeta, rendendole per lunghi tratti elementi passivi del racconto e relegandole a comprimarie della loro stessa storia?

 



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Claudio Magistrelli

Pessimista di stampo leopardiano, si fa pervadere da incauto ottimismo al momento di acquistare libri, film e videogiochi che non avrà il tempo di leggere, vedere e giocare. Quando l'ottimismo si rivela ben riposto ne scrive su Players.

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