C’è un silenzio pesante nelle stanze disordinate: la quiete di una casa norvegese che custodisce fotografie e libri dimenticati, ma anche l’eco di una vita familiare vagamente sospesa. Joachim Trier torna alla delicatezza chirurgica che negli anni è diventata in qualche modo la sua cifra stilistica: nei rapporti umani cerca e mostra la crepa, la dissonanza, ma anche la tenerezza.

La storia – padre, due figlie, un passato irrisolto – sarebbe convenzionale se non fosse trattata con la forza ellittica tipica del regista: le pause anticipano rivelazioni che evitano l’effetto brusco, e le omissioni pesano più delle confessioni esplicite. Gustav Borg (Stellan Skarsgård), regista narciso che è già oggetto di culto ma che non gira da troppi anni, torna dalle figlie in casa dopo la morte della loro madre. Non cerca abbracci. Offre a una delle due, Nora (Renate Reinsve), la parte principale in un nuovo film. L’ha scritto pensando a lei, per essere girato nella casa d’infanzia. Un gesto che trasforma il lutto in teatro, in qualche modo, e l’intimità in scena. È qui che Trier innesta la riflessione sul valore affettivo delle immagini, sia quelle girate con la cinepresa sia quelle incise nella memoria.

Sentimental Value non giudica: indugia e scivola sulle pareti della casa come per farle respirare. Gli interni domestici diventano un palcoscenico in cui i sentimenti sono oggetti da maneggiare con cautela. Un palco che a volte fa più paura di quello reale, esposto, capace di generare in Nora un’ansia poco controllabile. Tant’è che, dopo la prima scena a teatro, ogni inquadratura sembra nascondere la possibilità di un crollo.

Altri avrebbero scelto un melodramma più urlato, probabilmente. Trier, invece, preferisce una forma di sospetto, una tensione minima: in qualche modo, siamo noi a dover colmare i vuoti. Il film, in parte, vive tra gesti incompiuti e parole non dette, ma anche tra l’eredità materiale (la casa, i beni che si tramandano) e quella invisibile, più pesante.

Eppure, proprio questa raffinatezza rischia di diventare un limite. Sentimental Value è a tratti troppo composto, quasi timoroso di sporcarsi troppo le mani con la brutalità dei rapporti familiari. Il dolore è spesso filtrato da un’estetica controllata, da un respiro elegante che, però, smorza l’impatto viscerale. Come se volesse ricordarci che tanto la memoria quanto il cinema non restituiscono mai le emozioni nella loro forma più cruda, ma in una trasfigurazione che, cristallizzando, addolcisce.

Quando una diva di Hollywood (Elle Fanning) incontra Gustav al festival di Deauville, il lavoro di lui la colpisce a tal punto da volerci lavorare e, in qualche modo, volerne rilanciare la carriera. Arriva addirittura a chiedere un selfie ad Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), la figlia minore di Gustav, che da giovanissima fu attrice in uno dei suoi film: probabilmente ha sacrificato molto sull’altare del cinema paterno. È inevitabile che i rancori familiari riemergano. È qui che il film suggerisce come la terapia necessaria possa trovarsi proprio dietro la macchina da presa.

Sprazzi di commedia nera e malinconia cinefila, toni corrosivi e un esame sul tempo che passa: qualche lungaggine, ma anche la sensazione chiara che l’arte sappia ricucire ciò che la vita spezza.

Fra rabbia e vulnerabilità, Renate Reinsve respira dolore e orgoglio: una prova lucida e potente che, a oggi, ne fa una delle pretendenti più serie alla nomination all’Oscar come migliore attrice. Ma l’intero cast sorprende, perfettamente calibrato nell’incarnare le verità di figure solo in apparenza da stereotipo come il padre assente ma pentito, solennemente incarnato da Skarsgård.

Forte del trionfo a Cannes, dove molti lo davano favorito per la Palma d’oro ma si è dovuto felicemente “accontentare” del Gran Premio, Sentimental Value approda fuori concorso al festival di San Sebastián dopo un passaggio a Toronto per iniziare la sua corsa agli Oscar 2026.

Il successo e le dorature, però, non suggellano una forma di perfezione. Piuttosto, la capacità del film di interrogarci sul potere delle immagini, quelle che ricordiamo e che cerchiamo di trasformare in una forma accettabile di sopravvivenza.



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