Deux pianos

Lione, tra le luci dell’Auditorium e le ombre dei ricordi, diventa più che uno sfondo urbano per Mathias Vogler (François Civil), pianista virtuoso che ha trascorso anni in Giappone. Un rientro in patria dopo anni di esilio, una passione musicale condivisa e un incontro casuale con un bambino che sembra uno specchio del passato.

La sua mentore (Charlotte Rampling) ha deciso di ritirarsi, terrorizzata dalla memoria che inizia ad abbandonarla. Ma è l’incontro con Claude (Nadia Tereszkiewicz) a innestare una specie di cortocircuito emotivo: anni fa la loro storia d’amore è iniziata come qualcosa di impossibile. Ma Deux pianos suggerisce che sono le nostre decisioni, e non la casualità, a definire chi siamo. Due anime e una collisione emotiva: come due melodie che, sovrapponendosi, creano dissonanze e armonie inattese.

Il francese Arnaud Desplechin – vincitore del César per I miei giorni più belli – non racconta una storia lineare: a tratti sembra improvvisare, come in un adagio a due voci. Qui, del resto, la musica è anche conflitto.

Mathias e Claude si ritrovano in un momento doloroso, cozzano, si cercano con rabbia e rimpianto. Le scelte di lei hanno condizionato la vita di lui: ma quanto l’hanno resa felice?

Anche in questo Lione diventa una sorta di spartito per questa partitura narrativa, paesaggio interiore fatto di scale che salgono e scendono come arpeggi, di piazze in cui le nostalgie di Mathias sembrano trovare eco. Senza farlo notare, Desplechin usa magistralmente la città, e lo fa spogliandola del suo potenziale cartolinesco.

Scritto a quattro mani dal regista e Kamen Velkovsky, il film procede in apparenza a scatti, fra rivelazioni che emergono con lentezza e improvvise, brevi pause narrative. Eppure, il ritmo è inaspettatamente fluido, tant’è che la storia non risulta divisa in capitoli. Gli unici spigoli, forse, sono le imperfezioni nei ritratti dei personaggi femminili. Elena, la grande musicista che ha guidato Mathias e che ora vuole dare l’addio alle scene, è vagamente stereotipata, tutta d’un pezzo, e ostenta una durezza di maniera. È solo la prova sofferta di Charlotte Rampling, che nasconde una ferita dietro la scorza, a darle profondità, un vago alone di mistero distante. Claude, invece, finisce per essere ambigua nella sua isteria poco prevedibile: non ha filtri, è umorale, prende decisioni poco razionali che rendono opaco anche il suo passato. Ma Nadia Tereszkiewicz asseconda questi picchi emotivi vivendo il personaggio con dedizione impavida: ci vuole tutto il suo fascino luminoso, il suo potenziale divistico per non rendere Claude una pazza irresponsabile.

In quella che a oggi è la sua interpretazione migliore, François Civil vibra con la stessa urgenza delle note. Non c’è manierismo nel suo restituire la fragilità di un ex-prodigio bloccato davanti al quadrivio della vita: le scelte professionali influenzano quelle personali come vasi comunicanti, senza filtri. E in questo Civil resta una presenza discreta, potente nella sua silenziosa mobilità espressiva. Difficile immaginare una trasformazione più completa dopo il suo D’Artagnan nell’ambizioso e carismatico I tre moschettieri di Martin Bourboulon.

Deux pianos, così, non rischia mai un’eleganza troppo composta che diventi pura estetica. Desplechin, dopotutto, ci consegna due protagonisti alla ricerca di una riconciliazione che forse non arriverà, la cui vita è attraversata anche da note stonate. Nel tentativo di trovarla si produce una forma di bellezza malinconica. L’eco di ciò che Mathias e Claude non si sono detti è tutto lì.

E il film diventa una sorta di un lungo esercizio di ascolto: non solo dell’altro, ma anche di che è stato rimosso. Un ascolto del vuoto che però non offre allo spettatore soluzioni nette o una forma di pacificazione. C’è chi dice che è l’irrisolto a rendere indimenticabili molti grandi concerti. Allo stesso modo, Deux pianos è un film che lascia aperto: quasi uno spartito incompleto che, dopo la visione, tutti possiamo continuare a suonare.



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