Negli ultimi giorni nella bolla culturale dei social si sta ragionando parecchio su quel legame culturale che unisce Italia e Giappone, coltivato soprattutto attraverso gli anime prodotti in terra nipponica negli anni ‘80 e sbarcati poco dopo sulle nostre televisione private, bramose di contenuti per colmare la propria programmazione. Serie animate a volte dalla trascurabile rilevanza in patria sono diventate fenomeni culturali dalle nostre parti: basti pensare a Kiss Me, Licia (la cui storia di adattamenti e trasposizione è stata splendidamente trattata nel podcast Gli Aggiustafilm) la cui stramba interpretazione della cucina fusion incarnata dalla fettine panate ha giocato un ruolo importante nell’educazione sentimentale di un’intera generazione. Benché l’impatto della cultura pop giapponese sia stato particolarmente forte nell’immaginario italiano, la produzione di manga e anime (ma anche di wrestling, non va dimenticato) del Giappone post-guerra e post-bomba è stata particolarmente fulgida e capace di far breccia quasi in ogni angolo del globo coi suoi robottoni, i combattimenti di arti marziali e torbide trame sentimentali, come dimostra ad esempio la venerazione per Dragon Ball in diverse aree del Sudamerica. Non è un caso insomma se nel nuovo millennio, al raggiungimento dell’indipendenza di quelle generazioni nate e cresciute tra ‘80 e ‘90, il Giappone sia diventata meta di pellegrinaggio non solo di turisti, ma anche e soprattutto di appassionati a caccia di memorabilia. E nemmeno che sia l’ambientazione di Forza Horizon 6, sesta incarnazione del racing sandbox di Microsoft. 

Il Giappone e in particolare Tokyo sono entrati ormai nell’immaginario collettivo tanto attraverso la produzione di immagini quanto attraverso il vissuto personale di frotte di turisti, spesso alla ricerca di quelle stesse immagini. La capitale Giapponese è diventata ciò che New York è stata nei decenni precedenti, ovvero un luogo in cui anche chi ci mette piede per la prima ha l’impressione di esserci già stato, perché in qualche modo ha già vissuto quei luoghi attraverso la loro rappresentazione. Solo che anni fa il motivo era il cinema, oggi è Instagram.  O i videogiochi. Come Forza Horizon, che fa della sua capacità di trasformare luoghi in immaginari condivisi uno dei suoi principali punti di forza (scusate il gioco di parole). L’incontro tra FH e Giappone era inevitabile, scritto nel destino, ma soprattutto richiesto a viva voce dall’intera community schierata. 

Il Giappone nel destino

Qualche giorno fa nel solito scrolling ho incrociato il tweet di un utente giapponese che di fronte ai primi video circolanti del gioco chiedeva agli utenti italiani, francesi o messicani se anche loro fossero rimasti a bocca aperta ritrovando nel gioco luoghi familiari o angoli della propria vita finiti in un videogioco. Con cinque edizioni già passate agli archivi sparse tra Colorado, Francia & Italia, Australia, Messico e Regno Unito, che il Festival Horizon arrivasse infine in Giappone era solo questione di quando, non tanto di se. E non so se quel utente dal Giappone ci leggerà mai, ma le sue aspettative sono destinate a essere addirittura superate. La capacità di Playground di riprodurre in miniatura digitale vastissime aree geografiche, condensando luoghi, distanze e biomi senza fare percepire l’inganno, non ha mai finito di stupore nei prevendite capitoli, ma ha raggiunto il suo apice naturale in forza Horizon 6.

Quello che è sempre stato il punto forte della saga trova dunque in Tokyo e nei suoi dintorni la declinazione perfetta: un territorio in cui naturalmente convivono nuovo e antico, oceano e catene montuose, campagna e città. E Playground ce lo restituisce con una spettacolarità grafica che è l’apice di una saga che in quanto a grafica e bellezza della riproduzione è cresciuta costantemente, strappando di fatto la bandiera al cugino Forza Motorsport. Con le solite esagerazioni, il Giappone offre una varietà di sfide che spaziano dalle discese a tutta velocità sui fianchi innevati del Monte Fuji alle gare clandestine tra le strade di Tokyo in mezzo al normale traffico cittadino, dalle scodate in derapate sui tornanti agli off road nei densissimi boschi. La sensazione è che Forza Horizon sia nato per il Giappone e come nei vecchi manga abbia potuto arrivarci solo dopo un allenamento intenso e durissimo, che ha condotto la saga ai margini della perfezione. 

Il principale limite di Forza Horizon, inteso come saga, è quello di essersi poco evoluto perché, fondamentalmente, ha azzeccato dall’inizio la formula cucita alla perfezione intorno al gioco, densa di eventi diversissimi tra loro, che funziona e diverte. Forza Horizon 6 prova ad aggiungerci del proprio mettendo in cima alla torta anche una più profonda dedizione alla componente narrativa, sempre incentrata intorno al Festival Horizon, in questa occasione declinata intorno a un gruppetto di amici e attraverso cui si riesce a percepire più distintamente tanto l’eccitazione per l’evento quanto il brivido di partire come outsider e farsi largo in mezzo a piloti più esperti e titolati di noi. 

È però, almeno dal nostro punto di vista, la componente “turistica” quella più azzeccata e riuscita, nonché quella che definisce la riverenza con cui Forza Horizon 6 si è approcciato al Giappone. La chiamiamo componente perché in realtà è una somma di modalità e missioni. Da un lato, sulla mappa oltre ai classici segnaposto che ci indicano da dove iniziano gare e altre sfide troviamo anche le indicazioni per le escursioni turistiche: viaggetti di gruppo dove non importa arrivare primo durante i quali veniamo condotti attraverso i luoghi più rappresentativi del paesaggio giapponese. Poi ci sono le missioni di consegna: alla guida dell’equivalente di un Apecar giapponese ci viene chiesto di consegnare cibo per le strade di Tokyo, accontentando al contempo la voglia di spettacolarità dei nostri clienti. E ancora, c’è la guida automatica, che non è di per sé una modalità di gioco, ma un’opzione che permette di impostare un percorso e osservare la CPU guidare fino a destinazione: ottima non solo per le pause tecniche tra bagno e cucina, ma anche per godersi dei bei giretti da passeggeri guardando fuori dal finestrino (mentre la CPU guida con una padronanza quasi eccitante). E infine anche il drone, con cui regalarsi inquadrature aeree tra campi di fiori e lunghissime serpentine di asfalto ricoperte dai petali di ciliegio che vi fioriscono affianco. Insomma, Forza Horizon 6 è il gioco per chi sogna il Giappone e non ha ancora potuto andarci, ma anche per ci è già stato e ci ha naturalmente lasciato un pezzo di cuore. Mai nei capitoli precedenti il legame tra il gioco e la sua ambientazione è apparso così sincero e viscerale: e mai era stato possibile sfidare un robottone gigante in una gara di velocità!

Sul versante più motoristico, invece, Forza Horizon 6 conferma e ulteriormente espande la versatilità del suo modello di guida già apprezzabile in Messico, capace di flettersi al punto da contenere al suo interno entrambi gli estremi: arcade e simulazione. Dalla macchina che in pratica guida da solo al tuning delle singole componenti e tutto ciò che ci passa in mezzo: Forza Horizon 6 è il gioco di guida per tutti, per chi vuole viversi il Giappone da turista, ma anche per chi vuole tagliare ogni traguardo per primo, riducendo il paesaggio a linee cinetiche nella periferia del campo visivo. 

Forza Horizon è tutto questo fin dal primo capitolo e un po’ spiace che l’apprezzamento per la saga abbia vissuto di alti bassi, forse colpa di un’asticella settata inizialmente così in alto che a volte è stato difficile superarla, benché non si siano mai registrati cali. Sarà il Giappone, con ogni probabilità, a scaraventare Forza Horizon 6 nel gotha dei racing, complice anche una versione PC che spinge sugli effetti grafici & illuminazione dinamica, anche oltre le possibilità di Xbox Series X. 

Non c’è correlazione, lo sappiamo, tra le recenti svolte nel branding di Xbox e Forza Horizon 6, il cui sviluppo è partito diversi anni fa, eppure il racing di Playground è proprio la dimostrazione di come un pizzico di arroganza in più e qualche scelta più orientata al fan service basterebbero a Microsoft per giocare un ruolo più determinante nella guerra di comunicazione in ambito console. Il futuro di Xbox, forse, comincia proprio con Forza Horizon 6. 



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Redazione

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