Nel 1992 il regista statunitense Gus Van Sant si mise in testa di realizzare un remake inquadratura per inquadratura del capolavoro di Alfred Hitchcock, Psycho. L’intenzione era quella di rendere il remake il più fedele possibile: non solo ogni singola ripresa ricalava quella concepita da Hitchcock, ma persino gli stacchi di montaggio erano gli stessi, oltre ovviamente alla trama e alle battute del cast. Tutto identico. Persino il classico cameo del maestro del brivido veniva replicato dallo stesso Van Sant, spaccando il secondo. Fu un fiasco epocale. 

L’Odissea nolaniana dunque non è che l’ultimo e più divisivo esempio di un istinto profondamente umano, ovvero quello di rielaborare e riraccontare le storie altrui. C’è un settore però in cui il rifacimento nelle sue varie forme è ormai diventato un sottogenere a se stante, pescando tanto dalle rimasterizzazioni del marketing musicale ai remake cinematografici: il videogioco. Il medium videoludico, conoscendo un’obsolescenza davvero programmata e calcolata in generazioni videoludiche la cui durata è generalmente stimabile fin dall’inizio, ha dovuto sviluppare diverse strategie per garantire una vita più lunga sugli scaffali ai propri prodotti rispetto alla data di scadenza delle piattaforme su cui erano riproducibili. E se inizialmente le differenze generazionali o tra le singole macchine hanno consentito conversioni più o meno fedeli, il progressivo intervento della legge di Moore ha imposto progressivi interventi di miglioramento o addirittura di ricostruzione (decostruzione?) sui vecchi giochi affinché potessero soddisfare gusti più contemporanei. 

l medium videoludico conosce un’obsolescenza davvero programmata e calcolata in generazioni videoludiche

Halo: Campaign Evolved non è solo l’ultimo e più recente esempio di questa tendenza, ma anche manifesto della difficoltà che minacciano sempre questa tipologia di operazione anche a di fuori delle pericolose commistioni epico-cinematografiche. L’ultima produzione degli Halo Studios infatti è un remake dell’originale Halo: Combat Evolved, titolo simbolo della prima Xbox di Microsoft pubblicato nel 2001 e già aggiornato graficamente in una versione rimasterizzata pubblicata nel 2011 col suffisso Anniversary. Un titolo seminale, su cui è stato costruito il colpo di spalla con cui Microsoft si è presa un posto nel settore console e su cui ha poggiato un rapido successo nei primi ‘2000, ma che ne gli anni è finito un po’ in disparte in concomitanza con il declino del brand Xbox frutto di un’inspiegabilmente lunga serie di scelte strategiche sbagliate. 

Rifare Halo non vuol dire semplicemente rimettere mano a un gioco particolarmente amato dagli appassionati (come accaduto di ricente con Assassin’s Creed Black Flag Resynced, rifacimento che ha dato nuova linfa all’originale), vuol dire ritoccare le fondamenta su cui si regge ancora l’ecosistema videoludico Microsoft, il punto d’origine dell’identità del brand. Per riuscirci serve un delicato equilibro, la capacità di riconoscere ciò è intoccabile e dunque deve sopravvivere immutato e una dose abbastanza abbondante di iconoclastia per trovare la forza di mettere le mani nei punti più sensibili. È un equilibrio fragile quello su cui si muove un remake, non deve per nessuna ragione scontentare o alienare i  giocatori originali, ma al contempo deve svecchiare, sostituire vecchie abitudini con le nuove, regolare le viti cosicché sia concesso un nuovo ritmo, ovviamente più frenetico, perché lentezza fa rima con passato. 

Saltano allora i medikit, retaggio degli sparatutto in prima persona di un’altra epoca, sostituiti dalla salute che si ricarica: per un cambio di questo tipo servono decine di altri aggiustamenti indispensabili per ammortizzare il passaggio da un approccio basato sulla minimizzazione del rischio e ricerca di oggetti di cura a un approccio fatto di assalti intervallati da repentine fughe per il recupero della salute. Non è un caso, dunque, che l’altra grande modifica alla eccezionale formula di base di Halo: Combat Evolved sia l’introduzione dello scatto, non contemplato all’epoca. E ancora: nemici riposizionati, tempi di entrata in scena ricalcolati, distanze aggiornate. Tutte piccole aggiustatine alla formula, meno spettacolari e visibili delle cut-scene e della grafica rifatte con Unreal Engine 5 (comunque notevoli), ma percepibili nella naturalezza con cui la meccanica regina di Halo: Combat Evolved si sia tramutata in quella di Halo: Campaign Evolved. Aggirare un Brute, centrarlo tra gli occhi con una bomba appiccichina e tenerlo lontano a colpi di fucile è sempre bello come la prima volta. 

Eppure è chiaro che al cuoredelle intenzioni di Xbox Studios ha prevalso la volontà di preservare intatto il gioco originale, interamente riportato in questo remake con l’aggiunta di una piccola parte inedita, quasi a sottolineare come l’approccio iconoclasta dell’originale Halo, che introduceva larghi campi di battaglia popolati da plotoni e nemici tra cui districarsi applicando strategie differenti, funzioni e risulti fresco ancora oggi senza biosgno di particolari aggiustamenti. L’assoluta modernità di quei frangenti tuttavia stride con la ripetitività di altre sezioni, poco digeribili , o meglio, poco divertenti oggi. Ed è pur vero che giocando in cooperativa con un amico (possibilità ora ampliata a 4 giocatori, anche tra sistemi di gioco differenti) i difetti scompaiono sullo sfondo, ma è un po’ come dire che fritto è buono tutto; ok, paragone troppo duro perché la co-op di Halo è una signora modalità sintonizzata di fino come in poche altre occasioni, però resta il fatto che qualche scricchiolio tecnico e la sensazione un po’ datata restiuita da alcuni frangenti restano limiti.

Ed è qui che l’operazione remake si mostra in tutta la sua complicata sfaccettatura. Halo: Campaign Evolved (che, a proposito, include solo l’avventura single player e la cooperativa, senza il multiplayer competitivo online) è una versione assolutamente migliorata, rifinita e perfezionata di un gioco di 25 anni fa, anzi, di un signor gioco di 25 anni fa. Ma a chi si rivolge di preciso? A chi è nato dopo Halo: CE e non ha mai sentito la necessità di giocarlo finora? O a chi l’ha già giocato all’epoca? O a una sovrapposozione tra queste due figure non esistente in natura?

è una versione assolutamente migliorata, rifinita e perfezionata di Halo: CE

La riproposizione al pubblico più giovane di un caposaldo del videogioco moderno in una forma che ne mantiene inalterate le sue caratteristiche fondamentali resta lodevole, eppure il remake delle origini del mito su cui nasce la filosofia Xbox poteva essere l’occasione per aggiornare in un colpo solo mito e brand stesso, un po’ come fatto da Nintendo con Mario nel corso dei decenni. C’era anche la cifra tonda: 25 anni, un quarto di secolo, una mezza eternità nel videogioco. Sarebbe però servita una certa dose di azzardo e soprattutto una visione chiara del futuro da tradurre in poligoni. E questa purtroppo in casa Xbox manca da un po’ e la nuova gestione della CEO Asha Sharma è troppo fresca per influire negli ultimi mesi di lavoro su un titolo in gestazione da almeno un lustro come Halo: Campaign Evolved. Tocca accontentarsi di avere “solo” un signor remake di un signor gioco.  



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Claudio Magistrelli

Pessimista di stampo leopardiano, si fa pervadere da incauto ottimismo al momento di acquistare libri, film e videogiochi che non avrà il tempo di leggere, vedere e giocare. Quando l'ottimismo si rivela ben riposto ne scrive su Players.

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