Sherlock the Six Thatchers: Considerazioni

Alert: major spoiler. Considerazioni sul primo episodio della quarta stagione in vista di una recensione finale più corposa in cui fare il punto della stagione.

John, grazie alla sola idea della sua presenza, contribuisce al processo deduttivo di Sherlock a tal punto che al detective sono necessarie svariate ore prima di rendersi conto che la poltrona di Watson ospita un palloncino, simbolica e sarcastica resa di John alla constatazione della propria inutilità. Ecco, noi spettatori siamo quel palloncino: Moffat e Gatiss ci vedono e ci trattano così. È sufficiente l’idea della nostra presenza perché vadano avanti beandosi della loro sagacia, non siamo più realmente necessari, la serie va avanti per sé stessa, avviluppata su sé stessa. Ma finché sono i fratelli Holmes a proporsi ai miei occhi come dono dal cielo, grondando supremo understatement britannico, passi, ma tutto il resto: no.

The Six Thatchers è un drammone che lascia in disparte due validi assets – la signora Hudson e, soprattutto, Molly – per dar spazio alla vicenda personale di Mary. La signora Watson, introdotta dapprima come una pari merito di Sherlock per intelligenza, intraprendenza e spirito d’avventura, è finita per essere solo l’espediente utile a inserire un neonato nel ménage famigliare di Baker Street e quando in una serie, che non sia un family drama, arriva l’arco narrativo della gravidanza si può stare certi che quella serie ha già dato fondo a tutte le idee. Vero, è solo il primo episodio, ma in questo caso siamo già a un terzo della stagione.

In John e Mary riecheggia, come clone peggiorato, la coppia Amy Pond e Rory diventati a suo tempo la famiglia del Dottore, peccato non aver capito che nel caso di Sherlock siamo noi spettatori la sua famiglia: l’umanità sotterranea, irridente e gustosamente crudele di Sherlock era già venuta fuori nelle precedenti tre stagioni, insistere pedestremente sulla fallibilità del detective toglie gravitas per aggiungere solo il “sapore”del già visto, con l’ulteriore carico della prevedibilità. John aveva già subito un lutto, c’era già stato un video messaggio postumo, avevamo già assistito a uno Sherlock vacillante, destabilizzato dall’idea di non riuscire a salvare le persone a lui care. Il riproporre questo percorso utilizzando la morte di Mary come causa scatenante non produce altro, per contrasto, che l’apprezzamento per il materiale di Conan Doyle in cui le mogli di Watson sono figure percettibili lo spazio-tempo necessario per farci capire che John non vive più a Baker Street, ma vorrebbe tanto.

Il caso dei busti della Signora Thatcher regala alcuni momenti godibili e non potrebbe essere altrimenti, visto che ormai il cast viaggia con il pilota automatico: nei rari momenti in cui Gatiss – autore dell’episodio – e Moffat dimenticano di dover dimostrare quanto sono bravi, si respira l’aria della serie che ci ha avuto ai suoi piedi a partire dai primi quindici minuti di A study in Pink, purtroppo la zavorra emotiva lasciata dalla morte di Mary potrebbe essere un punto di non ritorno. La speranza (e l’aspettativa) è che lo show riesca a evitare la sua Samarra.



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