Non è facile parlare di Leonardo Ortolani: fiumi di parole sono state spese per descrivere la commistione tra verve umoristica e intimità della scrittura del padre di Rat-Man. Un’unione che ha permesso di declinare le più svariate sfaccettature della risata, permettendo una lettura da un lato di semplice intrattenimento, dall’altro di possibile riflessione. Al fianco di questa serie, vi è però il fecondo filone delle parodie: un genere di cui Leo si è fatto prima erede e poi maestro, soprattutto con lavori come Star Rats e l’indimenticabile 299+1. Allen s’inserisce perfettamente su questa scia di opere, sebbene risenta delle influenze del fumetto seriale, in particolare nel rapporto che vi è tra Allen e Oliver. La dualità aleggia e ritorna continuamente nell’albo: oltre che nei due protagonisti, la stessa storia ridicolizza due lungometraggi e, infine, si divide in due racconti ben precisi. Limitandoci al contenuto parodico, dobbiamo sottolineare l’efficacia e l’abilità di Ortolani di esagerare l’assurdo delle due pellicole di Scott senza ricorrere a gag, ma piuttosto ridicolizzando con sottigliezza e acutezza il mondo di Alien. Un lavoro machiavellico che se da un lato paga lo scotto di una minor originalità, dall’altro pone una maggior attenzione nel rappresentare personaggi aderenti (ma talvolta eticamente opposti) ai loro prototipi cinematografici: un notevole cambio di prospettiva in confronto ai precedenti lavori.

Allen

Allen è, da un punto di vista prettamente formale, la miglior parodia realizzata dall’autore emiliano e ci ha strappato più di una risata con le sue continue prese in giro, i continui occhiolino rivolti soprattutto a chi, come l’autore, apprezza profondamente e sinceramente la fantascienza scottiana. Chi non rientri in questa categoria difficilmente potrà apprezzare appieno le trovate di Ortolani e andare al di là di una lettura d’intrattenimento: considerato i temi trattati e l’attenzione con cui sono costruiti i personaggi principali e le loro relazioni, poste al centro di numerose gag, si tratterebbe di un approccio sicuramente deficiente dell’aspetto più interessante di un’opera affascinante, un vero omaggio a uno dei miti dell’autore.

Cominciamo dall’inizio: in questo numero di Players abbiamo deciso di realizzare una panoramica degli autori italiani di fumetti più interessanti di questi anni. Tu, Leonardo Ortolani, geologo e padre di Rat-Man, ti senti tra questi?

No. Arrivederci, tante belle cose, eh? (Rumori di colluttazione. Gemiti soffocati. Breve pianto) A-Hem. 

Sono lusingato che mi consideriate tale, forse per via che Rat-Man ha fatto un po’ di rumore, in questi anni, nelle feste fino a tardi, che io invece dovevo lavorare. Ma per fortuna,tra un po’ la finisce.

Parliamo della tua creatura più famosa: il ratto è ormai ventitreenne e, cosa più importante, si avvicina al traguardo del numero 100. Hai già qualche idea su cosa racconterai nei prossimi numeri?

Niente di particolare. Ovviamente Rat-Man non può sparire così. Un po’ come Sherlock Holmes, tornerà in qualche modo. Saltuariamente, ma tornerà. Oppure farò delle miniserie per raccontare le cose rimaste nel cassetto. Chi lo sa? Sicuramente cercherò di riposarmi una settimana. Di più no, che senza fare fumetti mi annoio.

La trilogia legata al ritorno di Topin, chiusasi il mese scorso, ha posto nuovamente (e con nuova forza) l’accento sugli aspetti più maturi del tuo personaggio e del suo universo. Si tratta di un cambiamento da te ponderato o di una crescita spontanea?

La trilogia di Tòpin è una storia che necessitava di toni diversi, per essere raccontata. Toni cupi. Noir. Era la storia di una caduta, quella della famiglia Valker. Ho inserito delle gag perché il personaggio di Rat-Man lo richiede, ma sono secondarie, rispetto la narrazione. È stato un bell’esperimento, a molti è piaciuto, altri hanno storto il naso. Ad altri gli è stato storto da Valker. Una crescita nella mia maniera di scrivere credo ci sia. Forse bisognava uscire un attimo dalle classiche storie, per provarla.

Anni fa dichiarasti che la serie regolare di Rat-Man si sarebbe conclusa con il centesimo. Manterrai la parola data? (NdR: Avevamo ipotizzato tre possibili risposte a questa domanda: dopo la risposta di Leo potrete leggere quello che avevamo ipotizzato e la risposta dello stesso Leo a quanto avevamo immaginato)

Ah!Ah!Ah! Assolutamente no, sono un geologo! Siamo la categoria meno affidabile, per quello che riguarda le affermazioni! Ma non dipende da noi, è la materia dei nostri studi che riserva sempre delle sorprese. E la stessa cosa succede a un geologo che fa fumetti. Sono loro a dirgli “è finita”. Così, quella affermazione di vent’anni fa, era più che altro un augurio di lunga vita al fumetto Rat-Man. Posso confermare che Rat-Man finirà, questo sì, ma temo che, per la mia logorrea nello scrivere le cose, avrò bisogno di numeri in più per chiudere tutte le fila del discorso.

Risposta A: Sì, chiuderò la serie – Dato che hai mantenuto la parola data e sei disoccupato cos’hai intenzione di fare? Il geologo?

Farò la cassiera.

Risposta B: No, mi avete frainteso/Rat-Man è il fumetto preferito del nipote del presidente dell’Uzbekistan, non possiamo chiuderlo dopo il numero 100/era un articolo della stampa comunista contro di me. – Hai considerato l’idea di scendere in campo con altri progetti dopo Allen?

Certo. ALLEN SCONTRO FINALE.

Risposta C: Sì. Ma abbiamo già in programma un reboot. – Come si chiamerà questo reboot? (Maledetti)

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(NdR: Ringraziamo Leo per essere stato al gioco)

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Parliamo di Allen: come mai hai scelto di riunire in un’unica parodia i due film?

Il primo aveva le scene cult, ma l’altro aveva una trama più complessa, con molti più spunti in grado di giustificare anche le mancanze del primo, che ci sono, ma sono nascoste da una splendida messa in scena della storia. E poi mi ero innamorato di alcuni personaggi di Prometheus, che volevo trasportare nella parodia, come la Vickers/Cinzia Otherside e il robot/Senso di Nano.

Oliver, pur essendo ispirato all’androide David, ha molti elementi originali: quali sono state le tue fonti d’ispirazione per il personaggio?

Senso di Nano, ovvio. Se leggete la storia lunga di Rat-Man a New York, ritroverete tutte le caratteristiche di questo nano irascibile e scontroso. Che poi, giriamoci pure intorno, ma il carattere del Nano è il mio.

Allen è un concentrato di sagacia e umorismo “rat-maniano”, contraltare alla freddezza e precisione di Oliver. Questo contrasto è stato immaginato sin dall’inizio o si è sviluppato durante la stesura della sceneggiatura?

Sempre per via che avevo già sperimentato questo duo Rat-Man/Nano nella saga di New York, è stato divertente riproporlo anche in Allen. Allen/Rat-Man ha i soldi e la fantasia di andare nello spazio, ma ci vuole anche qualcuno che possa mettere insieme le cose. Ci vuole Oliver/Nano. Che in questo caso, come in Prometheus, fa da contraltare alla ricerca del Creatore da parte di Allen: Oliver conosce già il suo creatore, che è Allen, e questo non lo consola affatto. Succederà lo stesso anche ad Allen?

L’adozione di un tratto diverso dal solito è stata motivata dalla creazione di un’atmosfera assai diversa rispetto alle storie canoniche del ratto. Questo cambiamento ha costituito per te una sfida? Adotterai altri stili in futuro o è stato solo un flirt?

Chiamalo flirt! È stato il primo modo di disegnare che ho mai conosciuto: l’uso di una biro BIC nera. In questo caso, era voluto il “ritorno” alle origini, perché la biro BIC mi permetteva di tratteggiare la storia in maniera “sporca” e grossolana, così da ricreare un’atmosfera vicina a quella di Alien, film che tratta le cose come fossero vere, in quanto il gigantesco cargo spaziale Nostromo è pieno di sporcizia e di grasso di macchina, gli operai sono sudati e c’è acqua che cola dai condensatori, diversamente da un Guerre Stellari, ripulito e bianco, tipico della fantascienza di quel periodo. In quel senso, Alien segnò un enorme passo avanti nella concezione di film di fantascienza. Portò il genere a un approccio più realista.

Sul tuo blog hai accennato al dispiacere di dover rinunciare alla matita dopo l’inchiostrazione, poiché la matita ha una potenza che la china spesso ammazza: puoi spiegarci meglio quest’affermazione? Allen ha sofferto (o comunque è stato oggetto) di questo cambiamento?

Il tratto a matita è il tratto primigenio di qualunque disegno. Ha in sé una forza espressiva che spesso, se non si è bravi a inchiostrare, viene raffreddato dalla china. Perché la matita può dare tonalità di grigi diverse, a seconda della forza con cui tracciamo il disegno. La china uniforma tutto al nero. Qualunque fumetto soffre per questo passaggio, che però è inevitabile, se vogliamo che sia leggibile. Anche perchè la matita ha dentro di sé tanti ripensamenti, rendendo il disegno spesso confuso e inutilizzabile ai fini della pubblicazione. La china ripulisce, seleziona le linee giuste e rimette a posto molte cose. Anche per questo, è un passaggio inevitabile. Soprattutto per me, che a matita abbozzo molto. Così, non Allen in particolare, ma generalmente tutte le storie disegnate a matita e ripassate a china, soffrono il passaggio e ne ricavano chiarezza allo stesso tempo.

299+1

A proposito del tuo blog: cosa ti ha spinto a prendere (o forse dovrei dire rispolverare) quest’impegno?

Mi piace scrivere. L’ho sempre fatto. Mi piace buttare nel mare della rete delle considerazioni, anche a caldo. Il fumetto viene pensato due mesi, prima di uscire, il blog ti permette di commentare, come tra amici, le cose che succedono nei nostri piccoli mondi dominati dal gossip, dal cinema e dai telefilm… un mondo nerd. E in più mi permette di presentare le cose che sto realizzando, che non fa mai male. Perché a volte ho fatto cose che sono passate inosservate, per poca pubblicità. E allora spiace un po’, che ognuna di esse è come un figlio. Vorresti sempre il meglio per loro.

In ogni tuo racconto vi è sempre stata una parte di te, della tua vita, della tua città, delle tue esperienze che emerge prepotentemente. Cos’hai voluto raccontare in Allen e in questi ultimi numeri del ratto?

Con Allen volevo solo divertirmi. E mi sono divertito a rimacinare le cose che ho letto su questi “ingegneri spaziali”, questi Annunaki, di cui tratta, fondamentalmente il film Prometheus. Una delle ipotesi che avvalorerebbe non tanto l’origine della vita (come si vede nel film) ma l’origine dell’Homo Sapiens. Teorie interessanti, quale che sia il valore che si decide di dare loro.

Nelle storie di Rat-Man, invece, a parte alla fine essermi appassionato ai film di Harry Potter, e per questo avere voluto fare la storia di Magazzi, sto semplicemente camminando nel corridoio finale. Quel corridoio che quando passi, alle tue spalle si chiudono le porte e non puoi più tornare indietro, il corridoio che alla fine apri la porta e ti trovi fuori dalla serie di Rat-Man. Il famoso tunnel con la luce in fondo.

Concludiamo quest’intervist(on)a con la domanda difficile: tra i tuoi colleghi, chi indicheresti come potenziale eletto del fumetto italiano?

Me ne vengono in mente tanti.

Ma sostanzialmente direi coloro che si sporcano le mani. Quelli che provano a fare cose diverse, che non si limitano a fare fumetti e poi scappano, che fanno uno dei mestieri artigianali più belli del mondo, dopo il falegname, e però non leggono fumetti degli altri.

Quelli che leggono tutto, non solo i francesi, non solo i supereroi, non solo i manga, non solo i bonelliani. Quelli che le graphic novel sono semplicemente le storie a fumetti e non si vergognano di dirlo, alla faccia della moda dell’esterofilia. Quelli che i fumetti li vivono dentro, perché è così che li ha disegnati Dio.

Un nome? Me ne vengono in mente tanti. Per fortuna.

Questo articolo è tratto da Players 19, che potete scaricare gratuitamente dal nostro Archivio.



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Dario Oropallo

Ho cominciato a leggere da bambino e, da allora, non ho mai smesso.

Anzi, sono diventato un appassionato anche di fumetti, videogiochi e cinema: tra i miei autori preferiti citerei M. Foucault, I. Calvino, S. Spielberg, T. Browning, Gipi, G. Delisle, M. Fior e S. Zizek.

Vivo a Napoli, studio filosofia e adoro scrivere. Inseguo il mio sogno: scrivere.

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