La voglia di sparire de L’uomo senza talento

Non è per niente facile rapportarsi a L’uomo senza talento di Yoshiharu Tsuge, e non lo è per per ben più di un motivo. Ancora più complesso è sedersi a tavolino e rifletterci su. Prima di tutto, perché è un’opera da cui trasuda tutta la depressione, la disperazione e il senso di inadeguatezza di un uomo dotato di un gran talento, ma totalmente fuori sintonia con il mondo in cui è stato chiamato a vivere. Perché le sue dinamiche e le sue relazioni sono immerse in una cultura lontanissima dalla nostra, forse una delle poche non ancora assorbita dall’ambizione totalizzante dell’occidentalizzazione, e dunque complicate da decifrare a una prima lettura. Un Giappone rurale non lontano nel tempo, la storia si direbbe ambientata tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, eppure lontano anni luce da noi.

Ma ancora e soprattutto perché L’uomo senza talento è la tappa finale (o quasi) del travagliato percorso artistico di un autore le cui opere precedenti restano totalmente inedite ed ignote in Italia, nonostante sia considerato tra i maggiori autori di fumetti di tutti i tempi.

Non basta purtroppo la paginetta scarsa con cui Canicola ripercorre brevemente la vita e le opere di Tsuge in coda all’ultimo capitolo del romanzo, per quanto la casa editrice sia meritevole in ogni caso di un enorme plauso per aver pubblicato il volume dalle nostre parti e per la raffinata traduzione di Vincenzo Filosa. Senza appigli editoriali, la prima lettura assomiglia molto a una passeggiata su una passerella sospesa su di un abisso altrui di cui si sa ben poco: uscirne spiazzati è inevitabile.

In cerca di orientamento mi sono ritrovato a chiedere soccorso all’internet e per fortuna ho trovato quei bravi ragazzi di Fumettologica pronti a venirmi incontro. Senza ripetere quello che Paolo La Marca ha saputo esporre meglio di quanto farei io, nell’articolo compaiono alcuni passaggi determinanti della vita di Tsug, indispensabili per decifrare lo sconforto esistenziale di Sukesan Sukegawa, suo alter-ego ne L’uomo senza talento: l’infanzia povera che lo porta a lavorare giovanissimo in fabbriche decisamente insalubri, l’avvicinamento al mondo dei manga, la sua propensione per i racconti introspettivi e malinconici, l’insofferenza per i ritmi lavorativi imposti dall’industria che gli procurano ansie e stati depressivi da cui cercherà di fuggire ritirandosi per viaggiare con la famiglia, pur continuando a dedicarsi all’arte del manga secondo i suoi ritmi più intimi.

Quello che troviamo nella prima pagina de L’uomo senza talento, sdraiato in terra, un braccio a tenere su la testa, sotto una bancarella improvvisata sulle sponde di un fiume, è dunque Yoshiharu Tsuge che attraverso Sukesan Sukegawa si appresta a fare i conti con la propria vita. “Ora vendo pietre. Non sapevo più cos’altro fare”. Un manifesto programmatico, seppur ingannevole. Perché dietro quel “le ho provate tutte” sembrerebbe nascondersi un tortuoso sentiero di sforzi vani, buone intenzioni frustrate, fatiche e sfruttamenti. Invece l’approdo in riva al fiume di Sukesan è l’epilogo di una parabola che ha superato quelle tappe e ha cambiato traiettoria dopo aver contrapposto un secco no alle aspettative sociali,  raggiungendo infine l’ultima delle utopie impossibili che ne ha tracciato la linea decadente.

Nemmeno nei suoi sogni Sukesan mira alla grandezza. Supino sulla riva, immagina di rimettere in piedi la passerella che una volta collegava le due sponde. Il racconto di questa sua nuova ambizione ricopre undici pagine e arriva subito dopo le prime due in cui una manciata di vignette fanno la conta dei suoi precedenti fallimenti. Il primo slancio di ambizione con cui Sukesan si presenta al lettore è un’impresa miserabile, il cui improbabile successo lo porterebbe a guadagnare a sufficienza per portare, forse, il pane in tavola tutti i giorni, purché la moglie non abbandoni la distribuzione di volantini nel quartiere per far quadrare i conti.

L’idea balzana frutta all’uomo il disprezzo della donna, sentimento che accompagna la vita della coppia attraverso tutti i diversi piani temporali su cui i sei capitoli si estendono, ad eccezione di una breve parentesi di spensierata intimità nei mesi immediatamente successivi all’abbandono della carriera di mangaka da parte di Sukesan. Lo sdegno della moglie tuttavia non arriva mai a scavare nelle reali motivazioni che spingono Sukesan a scegliere una vita che lo pone sempre più ai margini della società. I loro battibecchi, la spietata freddezza con cui lo ignora per strada, la stessa rappresentazione di spalle attraverso cui la donna è ritratta per buona parte dell’opera non servono a spiegare o guidare il percorso di Sukesan verso l’annullamento. Sono solo lo specchio della triste concezione della vita di coppia che emerge peraltro anche dalla rappresentazione di ogni altra famiglia ritratta nel romanzo: due persone costrette dagli eventi a condividere le miserie della vita altrui.

Più in generale, è costante una certa avversità di Tsuge per la figura femminile. Le donne ritratte ne L’uomo senza talento sono tutte personaggi fastidiosi, antagoniste degli uomini e soprattutto infide – per quanto lo stesso Sukesan non disdegni affatto l’idea del tradimento nell’unica volta in cui gli capita l’occasione di considerarlo. Eppure il meccanismo utilizzato da Tsuge per connotare negativamente la donna è piuttosto subdolo. Perché in realtà alle donne tocca il ruolo ingrato di contatti con la realtà. Per quanto pronunciati con disprezzo, i loro attacchi verbali grondanti veleno abbondano di verità incontrovertibili. Sukesan è davvero uno sfaticato buono a nulla, incapace di comprare una gonna per sua moglie, miserabile al punto da lasciare portare a lei in spalle il figlio per guadare il fiume.

Ha ragione la moglie del venditore di uccelli: l’uomo senza talento e le altre figure maschili del romanzo passano il loro tempo a cercare la vera essenza delle cose, ma ciò che fanno non ha alcun senso. E non basta il fatto che questa massima sia messa in bocca a una donna sciatta, volgare – la discussione dei due uomini è interrotta da un suo peto – e raffigurata con un volto brutto, quasi animalesco, per renderla meno vera. Una cattiveria voluta e piena di significato, perché molto raramente nell’arte di Tsuge i personaggi sono più che abbozzati, generici tipi umani a differenza dei paesaggi, sempre ricchi di dettagli e ritratti in maniera per lo più realistica.

La generale affidabilità degli spiacevoli bagni di realtà affidati alle parole femminili non deve però trarre in inganno nel momento in cui la moglia di Tsuge parla dei manga, quando a inizio racconto accusa il marito di essersi dato delle arie da artista quando lavorava come mangaka o quando più tardi sostiene che i manga non saranno ma considerati arte. A Sukesan , in fondo, non importa. Forse avverte che la sua sensibilità lo pone troppo lontano dal mercato, ma non è quella che incolpa per il suo costante fallimento. “Non regalerò un solo secondo in più a un lavoro così miserabile come quello del mangaka”. Nel rifiuto di Sukesan/Tsuge di piegarsi al meccanismo produttivo dell’editoria, col suo rigore sul numero di tavole settimanali, ha origine la sua assenza di talento, intesa come perdita di ogni valore produttivo nel contesto di una società capitalista.

Un percorso che lo porterà prima a rivendere macchine fotografiche riparate personalmente, ovvero a re-immettere valore in qualcosa che è stata scartato dalla società produttiva, e poi a non-vendere pietre, l’annullamento supremo della capacità produttiva, l’ostinazione nel perseguire un’attività senza speranze commerciali fondata su un prodotto senza valore alcuno e a disposizione di tutti, e per questo inutile al fine di produrre valore.

Le pietre del Tama non compaiono in nessun libro […]. Sono come me… non le nota nessuno.

Non è un’idea del tutto campata per aria quella di vendere pietre. Per un certo periodo queste hanno davvero avuto un loro mercato, ricercate da collezionisti per il loro aspetto simile a paesaggi naturali o animali. Ma Sukesan arriva fuori tempo massimo, quando ormai il fenomeno è scemato e sulla scena sono rimasti miserabili come lui, falliti e poveracci. Personaggi ai confini della società da cui come lettori iniziamo a conoscere la sua scelta auto-emarginalizzazione nel tentativo di contribuire sempre meno alla produzione di valore.

Il laido, subdolo e disonesto maestro collezionista di pietre è solo il primo dei personaggi-simbolo che guideranno Sukesan nel suo percorso di allontanamento, esclusione e sparizione. Il disordine cronologico con cui i capitoli presentano la sua storia serve a introdurre il maestro per primo, in quanto portatore di false promesse. Nonostante le speranze riposte da Sukesan in questo fortuito incontro, si tratterà solo di un piccolo e meschino truffatore che sfrutta uomini più disperati di lui per tenere in piedi un improbabile commercio di pietre.

È con il signore degli uccelli del terzo capitolo che la figura di colui che svanisce entra concretamente in scena, al punto da portare Sukesan a un passo dal tentato suicidio per imitarne le gesta. Solo la comparsa del figlio lo distoglierà da questo poco convinto e po’ maldestro tentativo. Questa scena, l’arrivo del figlio in chiusura di racconte, si ripeterà spesso, al punto da servire a Tsuge come vero e proprio espediente narrativo, una chiusura del cerchio simbolica che distoglie più volte l’uomo dalle sue fantasie per riportarlo alla realtà familiare della sopravvivenza casalinga.

È significativo dunque che di fronte a un prete Komuso, un cosiddetto monaco del nulla che Tsuge ammira ovviamente per la sua assenza di scopo nel contesto della società in cui lui si sente prigioniero, sia invece la moglie a stroncare le sue fantasie, negando con durezza l’eventualità che lei o l’intera famiglia possa abbracciare un simile destino.

È tuttavia l’ultima figura mitologia ad entrare nel racconto, il poeta Yanaginoya Seigetsu, a suggestionare definitivamente Tsuge, l’esempio massimo di chi abbandona tutto per sparire e vivere una nuova vita fatta di nulla, autore di un celebre haiku d’addio:

“All’improvviso
Il canto di una gru lontana
nella foschia”.

Ma si può davvero considerare una lotta, seppure interiore, quella di Sukesan? È davvero un atto di ribellione, oppure è la messa in scena di un uomo che finge di impegnarsi mentre si culla in un apatico e disilluso non fare nulla, mentre passa le giornate a dormire all’ombra di una bancarella a cui sa che nessuno si avvicinerà mai? Un limitarsi ad esistere senza esistere. Chissà se la tormentata esistenza dello Tsuge autore, che si sovrappone nel romanzo a quella del suo personaggio, ha poi infine trovato risposta a questi interrogativi che da anni lo devono aver accompagnato e tormentato. Di sicuro nella fitta foschia che lo avvolto mentre leggeva le gesta di Seigetsu, il figlio di Sukesan almeno per una sera non può averlo trovato.



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