Potevamo credere di aver visto l’ambizione sfrenata e il gigantismo nolaniano spremuti all’ennesima potenza in quel film eccezionale pienissimo pluriforme che è Inception; potevamo pensare che più in là non si sarebbe potuto/voluto spingere. Invece è arrivato Interstellar con le sue premesse magniloquenti e mastodontiche, un astronauta alla ricerca inesausta del futuro dell’umanità in un’altra galassia, pronto al viaggio lontano lontano, fino a dove nessuno si è mai avventurato, proprio come il suo regista, un Nolan che promette di proiettare i confini della fantascienza al di là di ciò che a livello visivo abbiamo mai conosciuto e assorbito nel nostro immaginario saturo.

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Interstellar è un film che osa tantissimo, troppo – ma questo non è un limite, piuttosto lo è la modalità con cui rincorre afferra tritura trangugia mette in scena e in abisso quel troppo, quell’esondazione prometeica di cinema enorme, bigger than life, bigger than cinema, più grande di lui e di noi e del nostro presente e pure del nostro futuro. Nolan è un artista spericolato, un amante del cinema come sport estremo, un acrobata e un contorsionista, non ha paura di strafare, il suo è un filmare privo di mezzi e sovrastrutture che si consegna completamente alla propria brama – anche alla propria ubris, ma con un tale amore che gli fa da paracadute permettendogli di non schiantarsi all’ultimo sul suolo della presunzione; gioca quasi con ingenuità alla sci-fi, si autocita come se l’unico futuro possibile dello spazio umano fosse ancora una volta nei sogni resi materiali dal nostro cuore prima che dalla nostra anima.

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Si mostra nudo e pronto alle invettive, meno ragionato, lucido e geometrico del solito, raffazzona sentimentalismo iperbolico sbavando però in dialoghi a rischio ridondanza e nelle sentenze a effetto, nelle ripetizioni, negli strati temporali che si affastellano e si accavallano al tempo di un respiro, gira a vuoto e poi affonda all’improvviso, incespica, becca incongruenze e cadute di tono, si butta a capofitto nelle lacrime disperatissime del corpo-tempo faticosamente immobile di McConaughey; non riesce a torcere gli stilemi del genere a suo favore portandoli ad essere legnosi, e per tanto speranzoso azzardato urgente desiderio di narrare oltre, incespica sul ridicolo, non spiega o spiega abbozzatamente, implode, ci trascina in un circolo di percorso quasi a tappe, visivamente di colori freddi e uniformi ma col bruciante chiodo fisso di una vita alle spalle che ci rincorre e che ci presenta il suo prezzo quando meno ce l’aspettiamo e siamo pronti.

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Ruzzolando nel buco di un bianconiglio invisibile e divino urliamo contro ai nostri errori e comunichiamo per salvarli i nostri ricordi, scrutiamo il tempo ormai concluso dell’essere umano del nostro cuore; e ancora: un happy end incrinato, incompletezze, tensione e meraviglia, fitte al cuore e punti interrogativi su un ostinato imperfetto commosso gettare il cuore oltre l’ostacolo. Interstellar è il film di Nolan più lacunoso dal punto di vista dell’unitarietà di un discorso, il più incespicante, ma anche un film profondamente personale e che riesce a mantenere un coinvolgimento emozionale instancabile, tra brevissimi tocchi di infinito e accecanti flash di memorabile.



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