A farla molto semplice, la storia dell’animazione giapponese recente ha avuto tre momenti spartiacque: il boom degli anni ’70, il cambio di marcia avvenuto negli anni’80 con la trasmissione dei “cartoni animati giapponesi” nel resto del mondo e lo sviluppo cinematografico degli studi di produzione nipponici (Ghibli, ma non solo) e la combo Akira/Ghost in the Shell/ Evangelion, che ha fatto compiere al medium un decisivo passo in avanti per quanto riguarda la serietà dei temi trattati, l’eccellenza dei valori produttivi, la tridimensionalità dei personaggi e la qualità delle animazioni. In effetti a rivederle adesso, ripulite dalla patina nostalgica che le accompagna, molte delle serie anime che eravamo soliti guardare quando eravamo piccoli sono discretamente insostenibili e irrimediabilmente datate sotto ogni punto di vista: narrativo, tecnico, concettuale. Data la regola, ecco però che mi sovvengono 7 eccezioni, serie animate che anche oggi avrebbe senso vedere o consigliare alle nuove generazioni.

Lady Oscar – Le rose di Versailles, 1979

Berusaiyu no bara o, meglio, “come imparare tutto sulla rivoluzione francese senza aprire un libro di storia”. Gli intrecci pensati da Riyoko Ikeda brillano per attualità e l’attenzione al dettaglio storico resta maniacale. La Rivoluzione Francese, a pensarci bene, è solo un pretesto validissimo per parlarci di vita, amore e morte e tutti noi siamo stati almeno una volta nella vita nei panni di Oscar François de Jarjayes, estranei ospiti di un mondo che non ci appartiene.

Conan, il ragazzo del futuro, 1978

L’opera letteraria fantasy per ragazzi The incredible tide  dello scrittore statunitense Alexander Key era, ovviamente, solo un pretesto. Ad Hayao Miyazaki, Keiji Hayakawa e Isao Takahata serviva un volano per raccontare la loro visione del mondo, in cui la Natura prevale sulla tecnologia e sull’uomo e le sue imperfezioni. Buttando un occhio oltre l’ostentato ottimismo che promana dalla serie (ma ai tempi il futuro era una promessa, non una minaccia), si trova una delle più strepitose avventure di tutti i tempi, ricca di colpi di scena e tecnicamente perfetta.

Rocky Joe, 1970

Epitome degli anime sportivi “da riscatto sociale” che spadroneggiano durante gli anni ’70 (mettiamoci dentro anche L’Uomo Tigre, Pat ragazza del baseball, Judo boy, Mimì et similia), Ashita no Joe è la storia dell’altro Giappone, quello rimasto fuori dal boom e dalla bolla, quello dei disperati, del disagio sociale, delle periferie lontane e abbandonate. A volte manicheo, certo, e oggi grezzissimo quanto a disegni e animazioni, Rocky Joe deprime ma insegna.

La corazzata spaziale Yamato, 1974

La prima, vera, grandiosa space opera (lunghissima! 78 episodi) dell’animazione nipponica e primo segno tangibile del talento di Leiji Matsumoto, che dominerà il decennio grazie ai successivi Capitan Harlock e Galaxy Express 999. Un po’ saga fantascientifica, un po’ racconto di formazione, Yamato sta all’animazione nipponica come Star Wars al cinema e Star Trek alle serie tv americane: ne ha stravolto ritmi, grammatica e contenuti. Certo, oggi a vedersi potrebbe essere considerata un po’ vecchiotta…ed infatti ne hanno fatto un remake sensazionale.

Mobile Suit Gundam, 1979

Il passaggio di testimone da Go Nagai a Yoshiyuki Tomino (il cantore degli anime tristi, Zambot 3 docet) rappresenta il momento fondamentale nella storia degli anime robotici giapponesi. Persino noi piccoli, che agli inizi degli anni ’80 eravamo, al meglio, decenni, capimmo subito che con Gundam e Zambot il baricentro si era spostato. Realismo, interazioni personali credibili, fine della dicotomia buoni/cattivi, politica, sotterfugi, le ferite della guerra. Certo, Gundam è poi diventato negli anni simbolo di sfruttamento economico più di qualsiasi altra serie animata giapponese mai prodotta ed i suoi ritmi oggi sono forse troppo lenti e compassati, ma è ancora una serie densa e godibile.

Anna dai capelli rossi, 1979

Prendete quattro tra i più grandi nomi di sempre dell’animazione nipponica: Hayao Miyazaki, Yoshifumi Kondô, Isao Takahata e Yoshiyuki Tomino, mischiateli assieme ed ecco una di quelle serie che trascendono il passare il tempo. Il libro di Lucy M. Montgomery offre lo spunto per la serie di formazione per eccellenza, capace di generare mille epigoni, quasi mai però all’altezza dell’originale. Il passaggio da ragazza a donna è tratto con leggerezza certo, ma mai superficialità e se il mondo rurale di Avonlea può sembrare fin troppo perfetto ed idilliaco, le relazioni umanissime che intercorrono tra i personaggi ci riportano alla vita di tutti i giorni (o, almeno, a come dovrebbe essere).

Lupin III, 1971

Lupin, tra tutti quelli ideati dagli autori giapponesi, è il personaggio più ideoneo a trascendere il tempo. Del resto, l’unica cosa che ha cambiato nell’arco di quasi mezzo secolo è il colore della giacca. I fondamentali sono identici al 1971 e tutt’ora funzionano, perché l’idea di rubare ai ricchi (e tenere per sé, mica siamo generosi), di cercare di concupire belle ragazze e di fare affidamento su amici leali e sinceri, non passa mai di moda.



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Andrea Chirichelli

Classe '73. Giornalista da tre anni, ha offerto il suo talento a riviste quali Wired, Metro, Capital, Traveller, Jack, Colonne Sonore, Game Republic e a decine di siti che ovviamente lo hanno evitato con anguillesca agilità. Ha in forte antipatia i fancazzisti, i politici, i medici, i giornalisti e soprattutto quelli che gli chiedono foto.

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  • Andrea Marino

    ottime scelte, in effetti sono ancora tutti godibilissimi…io ci avrei messo pure daitarn 3, ma de gustibus….