Switch, ovvero come ho imparato a non preoccuparmi e fidarmi di Nintendo

Prima di questo weekend passato con Switch non mi ero davvero reso da quanto tempo non giocassi con una console. Probabilmente dai tempi della prima versione di 360, anche se il concetto di dashboard e tutto ciò che vi ruotava attorno già anticipavano un futuro decisamente diverso.

Uso “diverso” senza alcuna connotazione positiva o negativa. Anticipando qualunque critica di telebanesimo nintendaro, Switch va completare la santa trinità ai lati del mio televisore affiancando One e PS4. Ma sfido chiunque a negare che la concezione di console proposta da Microsoft e Sony si sia spostata sempre più verso un dispositivo multimediale onnicomprensivo di cui il gaming è solo la principale delle attività possibili – tra un aggiornamento e l’altro, ovviamente.

Bene, dimenticate le esperienze degli ultimi anni – inclusa WiiU col suo sistema operativo lento come un pachiderma zoppo. Se volete un’idea di come sia giocare con Switch provate a tornare con la mente ai tempi del Mega Drive: tasto power, 10 secondi per leggere dalla cartuccia, partita iniziata.

Ad essere cattivi si potrebbe dire che non c’è molto altro da fare, al momento. Ma mi chiedo anche se vorrei altro da fare, dopo aver ritrovato finalmente una console con cui fare una sola cosa, ma con tutti gli agi del caso. Con il focus principale sia riservato ai giochi si capisce bene dalla schermata home decisamente minimal, che mette ben in primo piano l’accesso al gioco inserito nello slot delle cartucce – piccolissime! – e a quelli scaricati dallo store. A proposito, se puntate a una libreria digitale mettete già da ora in conto una SD bella capiente, i 26 giga che restano a disposizione al netto del SO si dimezzano col solo Zelda.

Altre distrazioni dall’icona di Zelda sono rappresentate dall’accesso al profilo in alto a sinistra e dal menù inferiore su cui campeggiano le notizie, l’eShop, l’album degli screenshot e impostazioni varie. Per quanto riguarda le prime c’è poco a approfondire: tra le notizie al momento spiccano gli annunci dei vari – pochi – giochi disponibili nello shop e simpatici video tutorial che spiegano come gestire Switch in modalità tavolo o dove infilare la scheda SD.

(Piccola nota a margine: questa sezione non era disponibile fino al giorno del lancio, ma immagino che non sarebbe stata comunque utile ai geni che hanno pensato che fosse uno scoop dimostrare come Switch potesse cadere spingendola.)

Gli screenshot invece sono una piacevole sorpresa: la cattura è immediata – molto più rapida rispetto a PS4 o alla soluzione posticcia del doppio tap su One – e la condivisone sui social (Twitter e Facebook al momento) è intuitiva. peccato non si possa collegare anche un account Instagram, perchè gli scorsi del regno di Hyrule non sfigurerebbero tra i primi piani dei vostri gatti e delle vostre cene.

Le funzionalità online del profilo, anch’esse aperte venerdì 3 marzo al lancio della console, portano con sé un inatteso ritorno: i famigerati codici amico. Dodici cifre da inserire manualmente per aggiungere un’unità alla propria lista amici. Ho letto qualcuno difendere la scelta sventolando una supposta maggiore semplicità rispetto alla ricerca di un nick tra decine di possibili varianti fatte di trattini e asterischi. Io resto scettico e la situazione dovrebbe comunque essere temporanea. Un imminente aggiornamento potrebbe aggiungere la ricerca via nick, anche se quel punto bisognerà capire quale dei tre (tre?!) diversi Nintendo ID sarà opportuno utilizzare. In ogni caso, per ora non è concesso nemmeno inviare messaggi agli amici, quindi – come dire – il problema non si pone.

Ormai lo so, Nintendo ogni tanto – ok, spesso – compie delle scelte strane, di cui questa dei codici amico è solo l’ultima in ordine temporale. Sembra quasi che la sua politica aziendale maturi in una linea temporale diversa dalla nostra, in cui la tecnologia ha seguito un altro percorso evolutivo. Me li immagino come ultimi samurai del gameplay, un’immagine che non ho partorito io, ma che trovo calzi a pennello agli uomini di Kyoto.

Bene, ho smesso di provare a comprendere Nintendo. Allo stesso tempo però ho anche imparato a fidarmi ciecamente della grande N: magari l’approccio fuori tempo potrà strapparmi un sorriso, ma difficilmente rimarrò deluso dall’esperienza complessiva proposta da un loro gioco o console. Per questo motivo non avevo dubbi sul fatto che tutti i timori che hanno accompagnato l’arrivo di Switch si sarebbero rivelati infondati.

I JoyCon sono piccoli, ma ergonomici, si impugnano bene e non hanno problemi di segnale a meno che non si frapponga un ostacolo tra loro e la console: lo stesso problema che affligge il telecomando del televisore, per altro.
Non ho ancora comprato un Pad Pro, ma non ne sento la necessità al momento. I due JoyCon inseriti nel supporto che li trasforma in un pad svolgono bene la loro funzione: l’ergonomia del pad di One è un’altra cosa, ma il compromesso è più che accettabile.

Il feeling dei materiali costruttivi è da prodotto tecnologico di fascia alta, lontano anni luce dalla giocattolosa plasticaccia di cui era fatto WiiU. La console è forse un filo più spessa e pesante di quanto immaginassi, ma si riesce a impugnare in modalità portatile senza fatica. Tradotto in esperienza personale, ho dovuto far riposare le braccia due o tre volte durante una sessione non stop di tre ore sdraiato a letto, ma mi succede anche quando leggo libri o fumetti, nulla di strano.

Quante volte vi è capitato di essere svegliati da una citofona alle 08.15 di sabato mattina e saltare giù dal letto con un sorriso stampato?

Ogni considerazione fatta finora tuttavia è destinata a crollare di fronte alla bellezza emanata da quello schermino. Se collegata alla TV Switch è destinata a portare l’era tecnologica Nintendo avanti di una generazione rispetto a WiiU, nella sua incarnazione portatile siamo invece di fronte a un salto in avanti di anni luce rispetto qualunque altra esperienza di gaming da passeggio provata finora.

I soli dubbi che mi sentivo di condividere erano quelli relativi alla reale necessità di avere una console con tre distinte modalità di utilizzo: collegata alla tv, portatile e in “modalità tavolo” con lo schermo poggiato a un piano i due JoyCon infilati nell’adattatore. Due giorni sono pochi per trarre conclusioni, ma mi sono ritrovato a passare da una modalità all’altra più volte nel corso delle ultime 48 ore, ritagliandomi spazi di gioco in situazioni in cui prima non mi erano concessi. L’unico problema in questo senso è una ricezione del segnale wi-fi parecchio debole, che costringe a rimanere nei pressi del router se si vogliono mantenere le funzionalità online della console.

(Ancora una volta, queste funzionalità al momento sono praticamente inesistenti, ma c’è da sperare che la situazione sia sistemabile via aggiornamento software, altrimenti quando uscirà Mario Kart 8 Deluxe saranno dolori.)

Una prova lunga un weekend non è di sicuro abbastanza per lanciarmi in sentenze inappellabili e resta ovviamente da verificare se questa versatilità si rivelerà davvero utile sul lungo periodo o se finirà ridotta a mera gimmick con cui stupire gli amici a cena e nulla più (oltre alla resistenza di un paio di parti mobili che mi mettono i brividi, su tutti lo slot delle cartucce.)

Per sancire la necessità di Switch però basta avviare Zelda e giocare per una manciata di ore. Perché si possono non capire o condividere molte delle decisioni prese da Nintendo, ma quando si scende sul terreno più importante, quello dei giochi per cui una console merita di essere acquistata senza ripensamenti, non ho dubbi: di Nintendo mi posso fidare a scatola chiusa.

Ci vediamo a Hyrule.

 



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