A distanza di quattro anni Netflix trova in Baby Reindeer una serie in grado di replicare la modalità di successo della Regina degli Scacchi a cui lo accomuna non solo l’abilità di esercitare lo stesso potere attrattivo calamitando l’attenzione del pubblico interamente risucchiato dentro la storia, ma anche la capacità di continuare a far parlare di sé ben oltre l’attenzione che spettatori e media solitamente dedicano a una qualsiasi serie che viene vista, scrutinata e archiviata nell’arco di una settimana. A differenza della Regina degli Scacchi, però, Baby Reindeer è un racconto autobiografico ed è scritto e interpretato da Richard Gadd, ovvero da chi ha vissuto in prima persona i fatti narrati.

La storia, avvincente e dolorosa da guardare al tempo stesso, mostra eventi relativamente vicini a livello temporale e questo ha scatenato una caccia all’uomo per rintracciare due delle persone rappresentate – una in particolare, in realtà – nonostante Gadd avesse messo tutti in guardia dal cedere ala tentazione di improvvisarsi investigatori giacché l’intero punto della serie è l’elaborazione e non la giustizia sommaria via social. Come quasi tutto quello che riguarda Baby Reindeer la questione non è però così lineare e una delle persone rintracciate – verso cui esisteva la curiosità di scoprirne l’aspetto fisico visto che Gadd ha ricevuto accuse di essere grassofobico – ha poi concesso un’intervista al noto giornalista inglese Piers Morgan aggiungendo un ulteriore strato di problematicità alla vicenda. Ma su questo tornerò più avanti.

Baby Reindeer poster

“I wish I could say I left right then, but I stayed”.

Durante la visione di Baby Reindeer ho pensato spesso a Peggy Blumquist interpretata da Krirsten Dunst nella seconda stagione di Fargo. Il personaggio in questione, interrogato sul perché in seguito a un incidente non avesse chiamato la polizia, la cosa più logica da fare, risponde: “You say it like these things happen in a vacuum. Like it’s a test. Check “A” or “B.” But it’s like… decisions you make in a dream, you know?”. 

Per l’osservatore esterno c’è sempre un percorso più logico e facilmente individuabile rispetto a quello labirintico attraversato da chi, in una situazione stressante se non apertamente traumatica, raccontando la propria storia, si trova nella delicata posizione di dover rendere afferrabile e intellegibile quello che è il risultato non di causa-effetto, ma di una forza centripeta innescata da emozioni, paure, insicurezze, circostanze sfortunate che chiudono il giudizio alla razionalità e seguono traiettorie proprie.

La ficton ha una struttura, un senso, un obiettivo, una trama che si dipana grazie a consolidati meccanismi narrativi, ma la vita non ha nessun obbligo di avere senso, tantomeno di sembrare verosimile. Richard Gadd, vestendo il suo racconto autobiografico degli stilemi seriali, si è così trovato da una parte a obbedire alle regole della finzione per rendere fruibile la sua esperienza agli spettatori, dall’altra a restituire un racconto che conservasse autenticità anche nei momenti, uno in particolare, in cui per una storia interamente originale avrebbe dovuto presentare una verità più soddisfacente e meno problematica da affermare. L’autore/protagonista riesce comunque nella delicata negoziazione tra il presentare una storia intima e personale, e il modularla per realizzare un prodotto seriale avvincente e sensato.

Siamo a Londra, facciamo la conoscenza di Donny Dunn, un giovane scozzese che alla sera si esibisce come stand up comedian di fronte a un pubblico sparuto e svogliato, mentre di giorno lavora in un pub gomito a gomito con colleghi con cui non ha nulla da spartire e che sembrano presi a caso da un gruppo di rozzi ultrà a fine partita. Donny non se la passa benissimo neanche sotto il profilo sentimentale e si trova a quel punto della vita in cui il sogno di affermarsi nel mondo della comedy si è trasformato in carburante per frustrazione e senso di inadeguatezza. Il giorno in cui sulla soglia del locale appare Martha (Jessica Gunning) è il giorno in cui la sua vita è destinata a cambiare, per la seconda volta tra l’altro, ma questo lo apprenderemo solo più avanti.

Fin dalla primissima scena sappiamo, infatti, che Martha è una stalker che sta distruggendo la vita al protagonista finalmente deciso a denunciarla, salvo scoprire quello che ogni donna sa già anche senza esserci passata: non è così semplice. [Da qui in avanti Spoiler]

James Gaad in Baby Reindeer

Andiamo indietro, a qualche mese prima. Martha a quanto pare non ha la disponibilità economica per ordinare nulla e Donny, dispiaciuto per lei, molto carinamente le offre un tè. “I felt sorry for her” dirà più avanti. Non c’è nulla di meglio che essere nella posizione di regalare una gentilezza a chi dà l’idea di stare addirittura peggio di noi per sentirsi un po’ meglio. Il provare dispiacere per Martha è però un sentimento ben più complesso, problematico e di difficile interpretazione rispetto a quanto la semplice affermazione lasci intendere all’inizio. Martha è una donna più grande di lui che millanta una prestigiosa carriera da avvocata, una clientela esigente e una cerchia sociale esclusiva, eppure giorno dopo giorno torna nel locale dove lavora Donny accettando che sia lui a offrirle da bere e restando lì per ore nonostante dica di avere un’agenda fitta di impegni.

Martha è anche una donna che definiremmo in sovrappeso ed è dunque facile far nostro quello che crediamo sia il pensiero del protagonista: siamo portati a pensare che tutto sommato non c’è alcun male nell’essere gentili con una persona a cui la vita secondo noi non ha destinato esattamente il meglio, possiamo quindi ben fingere di credere al mondo di finzione che questa persona propina al prossimo evidentemente per non farsi compatire, cosa che per questo accade in modo ancora più accentuato.

La donna, chiaramente invaghita di Donny, è simpatica, spiritosa, a volte perfino brillante, e riempie lo spazio emotivo del protagonista con le sue attenzioni, diventando quel pubblico dedicato e adorante a cui lui ambisce, ma con il passare del tempo capiamo che il protagonista è diviso tra la lusinga di avere una persona nella sua vita che lo metta al centro della propria, il fatto che evidentemente Martha è una persona con criticità psicologiche non gestite in modo adeguato, e la spiacevole sensazione che inizia a farsi strada, incontro dopo incontro, che il suo rapporto con la donna è di quelli dai quali non puoi sfilarti facilmente.

Martha, come detto, si rivela ben presto essere una stalker: rende impossibile a Donny fare un passo indietro dal rapporto che lei intende come romantico ed esclusivo, passa al setaccio la sua vita online e irrompe nella sua vita reale braccandolo e soffocandolo con una quantità spropositata e inquietante di email (41mila), messaggi vocali (350), lettere scritte a mano. In questa sopraffazione Martha lo fa sentire minacciato anche fisicamente, gli rende impossibile la convivenza con i colleghi, aggredisce la persona con cui Donny ha finalmente instaurato una relazione d’amore e perseguita i suoi genitori.

Martha per Donny è avvolgente, lusingante, predatoria e spietata, una persona capace di suscitare pietà, rabbia, disprezzo e comprensione, dalla quale sentirsi minacciato ma in qualche modo, a volte, connesso perché le molestie subite da Martha non rappresentano il primo evento traumatico che il protagonista deve affrontare, ma è una situazione che va ad innestarsi sul corpo emotivo di Donny già devastato da un altro abuso.

James Gadd in Baby Reindeer

Altra digressione, prima ancora che il protagonista incontri Martha. Gli spettacoli di Donny sono, inutile girarci intorno, patetici finché per una serie di circostanze il ragazzo ha modo di entrare in contatto con l’autore di successo che lui ammira da tempo. L’autore lo prende sotto la sua ala e lo aiuta con le esibizioni elargendo sì consigli sulla gestione dei tempi comici e preziose indicazioni su come tener sveglio e coinvolto il pubblico, ma soprattutto dandogli finalmente quello che cercava da tempo: qualcuno che in lui vedesse un futuro. Anche in questo caso gli spettatori si accorgono di cosa sta accadendo prima ancora che il protagonista lo ammetta a sé stesso: “grooming” è il termine che utilizzano gli anglofoni per indicare quella pratica per la quale un predatore sessuale individua la vittima, la manipola per conquistare la sua fiducia fino a farle abbassare le difese e trovarla incapacitata a reagire al momento dell’abuso.

Donny si rende conto che il suo mentore lo sta introducendo all’uso di droghe sempre più pesanti che lo lasciano semi-incosciente, capisce che l’autore sta sfruttando il suo lavoro, ma è in una condizione di necessità e, per quanto meschina e mortificante, quella che sta vivendo ha comunque le sembianze, seppure deformi, di un’opportunità per realizzare il suo sogno. L’abuso si consuma e Donny ne è divorato dall’interno impossibilitato a ribellarsi, a cercare aiuto, a denunciare. Ci sarebbero troppe domande: perché non sei andato via, perché hai continuato ad andare, perché non hai affrontato il tuo aguzzino, mille perché di cui gli avrebbero chiesto conto, e che lui chiede a sé stesso per quel processo controintuitivo per il quale è proprio la vittima a provare vergogna.

Donny cade in una spirale di autodistruzione perché incolpa sé stesso per non essersi tutelato e perché forse, per una vittima, prendersi parte della responsabilità equivale in qualche modo a recuperare quel potere decisionale che l’abuser le ha sottratto: se anch’io ho la mia parte di colpa vuol dire che non sono stato spogliato completamente del mio diritto di scelta, se l’ho voluto anch’io vuol dire che non sono stato davvero abusato, quindi non è davvero successo.

Richard Gadd in Baby Reindeer

Quando Donny conosce Martha è dunque un coacervo di traumi irrisolti, dolore, autolesionismo e dubbi sulla propria sessualità perché il ragazzo, dopo la violenza subita, inizia a rendersi conto che l’eterosessualità non corrisponde più al suo orientamento. Donny si dà un consumo compulsivo di materiale pornografico, a una bulimia di rapporti occasionali con donne e uomini, finché finalmente non ritrova un certo grado di benessere con Teri, una donna trans indipendente e realizzata.

Questo passaggio è particolarmente delicato perché rende bene l’idea del gorgo confusionale in cui si trova il protagonista, ma sentirlo dire di non sapere se il suo orientamento sessuale è cambiato a causa della violenza, oppure se il trauma ha aperto la strada per qualcosa che si annidava non riconosciuta in profondità, sarebbe problematico per una storia di finzione che lancerebbe un messaggio pericolosissimo e retrogrado: l’omo/bi sessualità è una condizione innaturale conseguenza di un trauma da sanare. In questo caso siamo però di fronte a un racconto autobiografico, il sentire del protagonista non è opinabile da parte di nessuno e come spettatori possiamo solo provare comprensione per un universo emozionale unico e personale.

La via d’uscita arriva grazie a un momento di inaspettata, dolorosa e profonda lucidità durante il quale Donny, sul palco, abbandona le vesti da comedian e si sente spinto a raccontare la sua storia in una confessione in cui finalmente tutto il non detto, il represso, il senso di colpa e il disprezzo che nutre per sé stesso trovano una catartica legittimazione. Così come avvenuto nella realtà, per Donny/Gadd lo spettacolo diventa la chiave di accesso alla guarigione e a un posto di meritato rilievo nel mondo dello spettacolo.

Tom Goodman-Hill in Baby Reindeer

Torniamo quindi alle accuse di grassofobia. Prima che venisse sottratta al suo anonimato, molti si sono chiesti se la vera Martha fosse in sovrappeso, perché la scelta di caratterizzare in questo modo la stalker psicolabile ha fatto sentire alcuni di essere di fronte all’ennesimo cliché negativo che vuole problematiche le donne con corpi non conformi. In questo caso posso parlare solo da spettatrice e rilevare che quello di Martha è un personaggio talmente interessante e stratificato che per un’attrice è un’ottima prova con cui misurarsi: in questo caso Jessica Gunning, straordinaria, prenota per direttissima un emmy per il ruolo.

L’aspetto di Martha svolge però più compiti narrativi: la minaccia fisica resa sullo schermo è più credibile (quando lui la incontra di sera su una banchina lei riesce a ostruire completamente il passaggio semplicemente stando ferma, quando lei lo spinge contro un muro a forza per palpeggiarlo), ma soprattutto Donny dice esplicitamente di essersi in qualche modo riconosciuto in Martha alla prima occhiata, di aver percepito in lei quel disagio e quel senso di frustrazione che sentiva dentro. Nella vita reale questo può accadere con chiunque perché da chiunque possiamo ricevere sensazioni e percezioni, ma se mettiamo in scena una storia per un pubblico dobbiamo mostrare qualcosa che arrivi nell’immediato e, come in questo caso, scegliere una persona che dà l’idea di essere diversa alla prima occhiata dai canoni imposti a dalla società è una scelta che ha senso.

Piers Morgan e la vera Martha di Baby Reindeer

Come anticipavo, la vera Martha, dopo essere stata rintracciata e diventata a sua volta oggetto di attenzioni indesiderate, ha deciso di raccontare la sua versione dei fatti nel programma BBC “Uncensored” condotto da Piers Morgan.

La donna, Fiona Harvey, ha negato decisamente ogni accusa minacciando querele per Gadd e Netflix, ma dopo un po’ è quasi tornata sui suoi passi e ha più volte mostrato incertezze e confusione anche nell’esporre semplici questioni personali. Possibile che tali tentennamenti siano dovuti al fatto che ritrovarsi in uno studio televisivo, per di più dopo essere stata oggetto di una caccia online, destabilizzerebbe chiunque; è molto probabile che la donna sia davvero autrice di tutte le azioni che le vengono attribuite nella serie (Gadd ha tutte le prove del caso), così come sembra possibile che la signora Harvey viva in un mondo tutto suo e fatichi a distinguere realtà e fantasia. Lo stesso Morgan, intesa la situazione di forte disagio della donna, ha cercato di tutelarla instradandola verso una soluzione di compromesso che le consentisse di smarcarsi dalla situazione contenendo i danni: più volte durante l’intervista le dà l’opportunità di ammettere gli abusi minori, magari esagerati nella serie per esigenze di spettacolo, respingendo al contempo le accuse più gravi. La miglior tutela sarebbe stata, però, non contribuire a renderla nota in prima serata.

Quale che sia la verità della donna, e sottolineato che crediamo a Gadd, un elemento lascia l’amaro in bocca. Gadd è un nativo digitale, il team di Netflix è sicuramente composto da professionisti competenti, era dunque alla portata di tutte le persone coinvolte rendersi conto che i dettagli veritieri che hanno scelto di inserire nella serie avrebbero ricondotto alla vera Martha nel giro di 48 ore. Non penso sia stata cattiva fede, piuttosto leggerezza, resta il fatto che una donna che probabilmente ha problemi di salute mentale (se ne dice sicuro lo stesso Gadd) è stata scovata, esposta e spinta ad affrontare una situazione – l’intervista su BBC – che non aveva i mezzi per poter gestire, mentre lo stupratore dorme ancora sonni tranquilli anche se i detective dell’internet hanno provato a stanare anche lui, sbagliando persona.

La scelta di non rendere identificabili i personaggi della serie è legittima, etica e opportuna, non si capisce però come mai per Martha, una donna con problemi, non ci sia stata la stessa attenzione posta per lo stupratore la cui identità è stata schermata con maggiore efficacia. 



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Mara Ricci

Serie tv, Joss Whedon, Jane Austen, Sherlock Holmes, Carl Sagan, BBC: unite i puntini e avrete la mia bio. Autore e redattore per Serialmente, per tenermi in esercizio ho dedicato un blog a The Good Wife.

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