A quanto pare l’industria dell’intrattenimento è decisa a non lasciarci mai più a corto di supereroi, segno che il pubblico non solo non si sta disamorando del genere ma anzi è stato messo nella condizione di pensare di volerne ancora di più. E questa situazione riflette, in estrema sintesi, la materia fondante di The Boys.

Nell’universo della serie, infatti, lo starsystem non è formato da divi hollywoodiani, pop idol, campioni dello sport, top model, ma da supereroi: sono loro le celebrity corteggiate dagli sponsor, gestiti al millimetro dai pr, sono loro gli idoli di milioni di persone che guardano con ammirazione e devozione a questi prescelti che sì, come da tradizione salvano vite, scongiurano disastri, proteggono i cittadini, ma soprattutto vendono e garantiscono alla Vought International – la multinazionale da cui vengono cresciuti come polli in batteria – un potere molto mondano e prosaico che si traduce in un monopolio teso a infiltrare, e dominare, tutti gli aspetti nevralgici della vita politica degli Stati Uniti (e, per estensione, del resto del mondo).

I supereroi della serie sono dunque delle superstar vanitose, ciniche, calcolatrici, controllate da una corporation impegnata da una parte ad assicurarsi che le persone perdano completamente la loro connotazione politica di cittadini per abbracciare acriticamente lo status di fandom, dall’altra ad evitare i danni di immagine dovuti a interventi sconsiderati che spesso lasciano un codazzo di danni, ferimento o morte di vittime casuali.

Va da sé che quando sono gli stessi supereroi a incarnare il lato oscuro della giustizia, della morale e del potere non c’è bisogno del villain di turno, e dunque ecco che tocca a un improbabile, vendicativo, manipolo di talentuosi emarginati a fare da contraltare allo strapotere dei Seven (questo il nome dei supereroi di punta) e della Vought. [Dal prossimo paragrafo SPOILER]

the boys

Come immaginerete i boys del titolo sono l’improbabile gruppetto di persone normali impegnate nel tentativo di smascherare la vera natura dei supereroi, ma anche all’interno di questa piccola e squinternata compagine sono presenti tensioni, vecchie ruggini e non tutti sono onesti sul fine che realmente intendono perseguire.

Billy Butcher (Karl Urban) è il leader, è lui la persona che raduna intorno a sé Mother’s Milk e Frenchie, con i quali aveva già lavorato fino a un rovinoso epilogo, con l’aggiunta di Hughie (Jack Quaid), un ragazzo riservato e fin troppo accomodante che ha visto la propria ragazza tranciata di netto dall’intervento incauto di A-Train, il supes con il superpotere della velocità.

Da subito capiamo che i toni sono quelli di una dark comedy cinica e violenta, e qui arriva il primo problema con una serie che avrebbe tutti i crismi per essere uno degli show di punta di Amazon Prime: l’arco narrativo di Hughie è praticamente un ripoff di Barry che è, guarda caso, una dark comedy cinica e violenta – con l’aggravante di avere uno Jack Quaid copia ambulante di Bill Hader, somiglianza sulla quale lo stesso Quaid ha ironizzato. Ora, visto che Barry è una delle serie migliori in onda, ecco che la storyline di Hughie oltre ad avere il sapore del been there, done that, perde nel confronto.

Ma anche senza chiamare in causa la serie HBO come termine di paragone, la storia personale di Hughie parte zavorrata a causa della messa in scena di uno dei cliché più odiosi riservati ai personaggi femminili: morire (male) affinché la propria dipartita funzioni da innesco per la storia del protagonista maschile. E in The Boys accade non solo per Hughie, ma anche per Butcher mosso dalla sete di vendetta per la morte della moglie causata da un supereroe, il plot twist finale rivelerà qualcosa di diverso ma il motore delle azioni di Butcher, per tutta la durata della prima stagione, è comunque da ricercarsi nel torto subito, perché c’è anche questo da sottolineare, la vendetta di Butcher è molto autoreferenziale e ha poco a che vedere con l’ottenere giustizia per sua moglie. Due scivoloni vistosi che fanno da preludio alla gestione di Starlight, la supereroina scritta per spuntare tutte le caselle della pratica “empowering women/metoo” ma che nonostante gli sforzi resta il prototipo dell’american sweetheart.

Quasi tutti i personaggi femminili ricadono in un qualche tipo di stereotipo, inclusa la supes che entrerà in forze nel gruppetto dei ragazzi: grattando la superficie, anche lei è una diversamente damsel in distress salvata da un personaggio maschile che in lei vede qualcosa di speciale.

Qualche interesse invece lo risveglia Madelyn Stillwell (Elisabeth Shue), l’amministratrice delegata di Vough: un’ambiziosa manipolatrice divisa tra maternità, scalata al potere e la delicata gestione dell’ego dei supereroi che vanno di volta in volta coccolati, redarguiti, rassicurati, velatamente minacciati perché essere uno dei Seven non è una carica a vita, ma uno status che va mantenuto con prestazioni all’altezza, pena il declassamento a un rango inferiore della categoria. Il vero appeal del potere, infatti, è nell’apparire, nell’essere nei trending topic di twitter, nell’avere il maggior numero di visualizzazioni, salvare “l’umanità” è solo la moneta di scambio per acquisire visibilità.

Ma se tutti i supereroi alla fine vanno trattati da divi, un po’ da lusingare nella vanità, un po’ da rimettere in riga, un discorso a parte merita Homelander (uno strepitoso Anthony Starr), il capo dei Seven, l’eroe più amato dalla fanbase, il più forte, il più inquietante, privo di empatia, legato a Madelyn da un morboso rapporto a base di complesso edipico, perseguitato da un’infanzia negata: un caso da manuale per la scuola freudiana.

the boys

Erik Kripke ha realizzato la serie adattando con numerose e legittime libertà creative la graphic novel di Garth Ennis e Darick Robertson. Il risultato è una lettura caustica e violenta vergata di dark humor delle implicazioni del potere, della manipolazione a cui l’intera società è sottoposta attraverso i social media, e in definitiva una condanna a tutte le istituzioni politiche, civili e religiose che falliscono deliberatamente nel porre al centro del loro impegno la libertà dell’uomo. La risposta alla situazione sembra poter venire solo da individui che prendono l’iniziativa, ma la vendetta corrompe tanto quanto il potere e mette su fronti opposti persone che invece avrebbero molto da condividere (Hughie e Annie/Starlight).

La prima godibilissima stagione di The Boys, seppur sostenuta da azione e ritmo, è però un setting per un arco narrativo propriamente detto che, stando all’ultimo episodio, si svilupperà pienamente a partire dalla seconda stagione.



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Mara Ricci

Serie tv, Joss Whedon, Jane Austen, Sherlock Holmes, Carl Sagan, BBC: unite i puntini e avrete la mia bio. Autore e redattore per Serialmente, per tenermi in esercizio ho dedicato un blog a The Good Wife.

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