Come peggiorano SEMPRE le cose, eh? L’anno scorso celebravamo una delle migliori edizioni recenti del Festival di Sanremo e quest’anno ci tocca liquidare quella appena conclusa come una delle peggiori di sempre. Davvero, stavolta non ha funzionato nulla, o quasi.

Il primo errore è stato quello di affidare conduzione e (lol) direzione artistica al nulla cosmico conosciuto anche col nome di Amadeus, che ha dimostrato limiti oggettivamente sconcertanti in entrambe le aree di cui è si dovuto occupare. Che il tipo non fosse proprio una cima se ne sono accorti tutti al momento della risibile gaffe sessista durante la conferenza stampa di presentazione delle co-conduttrici. Le cinque giornate hanno confermato l’impressione iniziale: per gestire Sanremo non basta leggere il gobbo, ridere per qualsiasi cazzata e usare tre superlativi assoluti ogni due parole. Non per niente gli è stato affiancato Fiorello, che ha un passo e un ritmo ben diverso (anche se pure lui, come Benigni, dopo un po’ stanca).

Gli show quotidiani sono stati uno strazio infinito, pensati male e realizzati peggio. Laddove l’anno scorso l’attenzione era stata (quasi) tutta per le canzoni, stavolta si è puntato sullo strapaese, con decine di minuti dedicati a relitti (Al Bano & Romina, la reunion dei Ricchi & Poveri) che ritenevamo oramai da tempo placidamente adagiati sul fondo di qualche oceano o a contributi di ospiti senza senso (10 minuti per Djokovic? Ma non aveva davvero niente di meglio di fare?) che hanno allungato la durata delle serate fino a notte fonda. Facendo zapping era più probabile incappare in “altro”, piuttosto che nei cantanti del concorso (per sentire i pezzi me li sono dovuti cercare su youtube). A proposito di questi ultimi l’abisso stigiano che separa Amadeus da Claudio Baglioni, si è palesato in tutta la sua evidenza. La canzoni del concorso (spesso eseguite ben dopo la mezzanotte e a pensar male verrebbe da considerarla una mossa pianificata a tavolino) sono state di una pochezza imbarazzante, roba che il 90% avrebbe stonato pure al Festivalbar (per chi se lo ricorda) o a qualche talent sfigato.

A proposito delle co-conduttrici: una peggio dell’altra, con una sola, prevedibile, eccezione. La delusione maggiore, almeno in relazione alle attese, è stata Diletta Leotta, che sarà pur brava (dicono) a gestire gli sportivi, ma quando c’è da muoversi su un palco non sa proprio che pesci pigliare: il suo pippone sulla nonna (ma chi l’ha scritto?) è stato il nadir della manifestazione e comunque che una rifatta dalla testa ai piedi venga a fare la morale su quanto sia importante la “bellezza naturale”, come dire, lascia un po’ il tempo che trova.

Le fidanzate celebri erano lì perché effettivamente raccomandate (la regia Rai giovedì era letteralmente in ginocchio ai piedi di CR7), le giornaliste del TG Rai mummificate come il telegiornale che conducono, l’unica a sfangarla (sospendo il giudizio su Alketa Vejsiu, perché alle 2 di notte stavo già dormendo da un pezzo) è stata prevedibilmente Rula Jebreal, il cui monologo contro la violenza sulle donne avrebbe meritato un orario ben diverso. Personalmente resto dubbioso sull’utilità di inserire temi serissimi in un contesto grottesco come è spesso (e quest’anno ancora di più) Sanremo: è vero che ogni occasione di parlarne va colta, ma fatico a credere che una platea così anestetizzata e distratta possa trarne un qualche insegnamento concreto.

Cosa salvare quindi? Ovviamente applausi scroscianti per gli outfit di Achille Lauro e alla scenetta trash offertaci dalla coppia Bugo/Morgan, con il primo (sconosciuto anche a Fiorello che chiede chi sia!) che se ne va dal palco perché il secondo lo dissa in diretta cambiando il testo della canzone per un litigio avvenuto dietro le quinte, roba che manco i Gallagher ai tempi d’oro. Il fatto che sia avvenuto alle 2 di notte e che nessuno c’abbia capito nulla è stato oggettivamente magnifico (e un’ora prima Ghali aveva finto di cadere dalle scale, che serata indimenticabile).

Sopra la sufficienza ci metto Tiziano Ferro (anche se il senso della sua presenza non è stato proprio chiarissimo), Mika (che ha definito l’Italia come meglio non si potrebbe, in due parole), Piero Pelù (la canzone non è nulla di speciale, ma è uno dei pochi che sa stare sul palco, alla faccia dei tanti bimbiminkia saltellanti che hanno appestato questa edizione e la sua cover di Cuore Matto è stata straordinaria), Elodie (meravigliosa), i Pinguini (simpatici cloni de Lo Stato Sociale), Gabbani (globalmente overrated, ma la canzone è bella), Masini (gran testo) e poco altro. E anche quest’anno l’abbiamo sfangata…



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Andrea Chirichelli

Classe '73. Giornalista da tre anni, ha offerto il suo talento a riviste quali Wired, Metro, Capital, Traveller, Jack, Colonne Sonore, Game Republic e a decine di siti che ovviamente lo hanno evitato con anguillesca agilità. Ha in forte antipatia i fancazzisti, i politici, i medici, i giornalisti e soprattutto quelli che gli chiedono foto.

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