C’è un limite a quanto si può essere prolifici come sceneggiatori di fumetti? Per rispondere a questa domanda, forse, bisognerebbe studiare in laboratorio Rick Remender. Nato a Pasadena, Remender abbandona il mondo dell’animazione per sbarcare in quello dei fumetti a inizio 2000, curiosamente impiegato più che altro come inchiostratore o disegnatore. È però Fear Agent, serie debitrice nei confronti della fantascienza pulp dei ’50 (ristampata di recente da Saldapress), a mostrare il suo talento come scrittore: da allora è un crescendo. Marvel gli affida incarichi via via più importanti, fino alla celebre storia del “Hail Hydra!” pronunciato da Capitan America, mentre in parallelo proliferano le sue serie creator owned per la Image. Black Science, Low, Tokyo Ghost, Seven to Eternity: Remender si muove a cavallo tra le diverse declinazioni del fantastico, senza tuttavia farsi mancare storie più agganciate al contemporaneo come Death or Glory.

Glory è da sempre fuori dal sistema: i suoi genitori hanno deciso di mollare tutto e vivere raminghi su un camion prima ancora di immaginare della sua nascita. Glory è nata in un abitacolo e la sua famiglia è stata da sempre la carovana di camionisti che si sono uniti nel tempo a questo stile di vita, fatto di lavoretti saltuari e una sola regola inderogabile: niente traffici sporchi. Solo che ora Red, il padre di Glory, sta morendo per un cancro al fegato e qualche centinaio di migliaia di dollari potrebbero salvarlo. L’unica soluzione trovata da Glory, tuttavia, finisce per portarla in conflitto con Toby, suo ex marito nonché ex appartenente della carovana, da cui si è allontanato per arricchirsi attraverso il contrabbando.

Death or Glory: Fury Road

Rispetto alle altre serie citate, tutte immerse in un contesto che pesca a piene mano dalle diverse estensioni del fantastico, Death or Glory è ancorata un contesto più realistico, anche se forse sarebbe meglio definirlo verosimile. Le peripezie di Glory si svolgono in un’America al confine col Messico grosso modo contemporanea, figlia però dell’immaginario plasmato da serie TV e film. Per certi versi il mondo di Death or Glory sembra appartenere a un’iconografia televisiva di un altro tempo, fatta di redneck che si muovono sul confine della legge, ma bonaccioni, ragazze in vestiti succinti e poliziotti corrotti, sovrappeso, e per altro dediti a pratiche decisamente piccanti, sotto parecchi punti di vista. 

Più in generale, è l’intero pantheon di personaggi della miniserie che viaggia decisamente sopra le righe. A partire dal villain che incontriamo nelle prime pagine, un uomo alto, biondo, dalla sguardo algido, che si aggira per lo stato con una pistola ad azoto liquido, collegata ovviamente a una bombola, ibernando chiunque abbia la sfortuna di attraversare la sua strada senza obbedire ai suoi ordini, come i due impiegati di un fast food a inizio a volume. 

È un Remender più citazionista del solito quello di Death or Glory: se da un lato questo killer sembra uscito dallo schermo, irrompendo dalla versione cinematografica di Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen, buona parte dell’inseguimento del secondo volume riporta alla mente il Mad Max: Fury Road di Miller. Glory è in fuga verso il Messico mentre alle sue spalle la insegue la polvere alzata dalla sua carovana, che la accompagna in questa missione sul filo del rasoio, ma anche quella dei giganteschi autoveicoli dei trafficanti che vogliono impedirglielo: non c’è nessuno che suoni una chitarra fiammeggiante sul cofano, ma c’è un gigantesco autoarticolato che rapisce la gente con una gru per depositarla sul veicolo-sala-operatoria dove vengono asportati gli organi in presa diretta, anzi, in corsa. Il riferimento mi sembra abbastanza evidente. 

 

Il filo conduttore della produzione di Remender è il supporto di alcuni dei migliori disegnatori in circolazione: questa è di sicuro l’epoca in cui i fumetti si vendono grazie al nome dello sceneggiatore in copertina, ma delle pagine che rubano l’occhio contribuiscono comunque al successo. Il partner in crime di Remender in questa occasione è il francese Bengal, il cui tratto è caratterizzato da uno stile decisamente più umoristico rispetto a quello visto in altre produzioni recenti di Remeneder (Tocchini su Low o Scalera su Black Science, ad esempio), ben adattandosi a una storia che ogni tanto si sgancia dal binario del verosimile per virare verso la action comedy. 

L’impatto è curioso perché Bengal fa ricorso alla grammatica del fumetto supereroistico americano contaminandola con le sue inquadrature ricercate e con dei volti che in alcune situazioni virano apertamente verso il comico, contribuendo alla vena surreale e scanzonata che la coppia di autori ha voluto imprimere al racconto e alleggerendo al contempo alcune delle situazioni più cruente messe in scena nel corso della storia. Il risultato finale, un buon equilibrio tra tensione adrenalinica e velata ironia, è raggiunto anche attraverso un uso volutamente esagerato del colore, realizzato dallo stesso Bengal, in cui si nota forte la natura digitale e il ricorso a toni accesi, che sparano dalla pagina e abbagliano il lettore.

Death or Glory è una mini-serie che in un certo senso si stacca dalla produzione di Remender, più solare e leggera rispetto ad altre, forse anche meno impegnata per tematiche, ma comunque non frivola: anche nel contesto di un’avventura chiaramente irrealistica e irrealizzabile, Remender sfrutta l’assurdità dei sui villain per proporre riflessioni sulla percezione del bene pubblico e sul diritto universale alla salute, senza risultare fuori contesto. Ma arrivati a questo punto, che Remender sia bravo e capace di circondarsi di ottimi artisti è un dato di fatto. 



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Claudio Magistrelli

Pessimista di stampo leopardiano, si fa pervadere da incauto ottimismo al momento di acquistare libri, film e videogiochi che non avrà il tempo di leggere, vedere e giocare. Quando l'ottimismo si rivela ben riposto ne scrive su Players.

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