Che l’operazione Cowboy Bebop made in Netflix fosse iniziata sotto una cattiva stella, lo si era capito fin dai tempi del demenziale casting, che aveva trasformato un indimenticabile quartetto composto da un affascinante e crepuscolare cacciatore di taglie, un sardonico ex poliziotto, una truffatrice di bellezza adamantina e una geniale hacker preadolescente in un gruppetto azzoppato di performers sfigati e agghindati a festa, pronti per partecipare ad un concorso lucchese di cosplayers.

Con tali premesse, e con l’elefantiaca grazia con cui la piattaforma streaming è solita trattare la stragrande maggioranza dei suoi prodotti non originali (ci sarebbe da discutere anche di quelli originali, ma meglio stendere una trapunta pietosa, che un velo non basta), il risultato finale non poteva che essere una cloaca indifendibile. E, guarda un po’, è proprio una cloaca indifendibile. Sì, ho letto in giro patetiche recensioni che si aggrappano a qualsiasi particellare dettaglio per negare l’evidenza, ma quello messo in piedi da Netflix è uno spettacolo che, effettistica speciale a parte, è poco più di un fanmovie on steroids, che non riesce quasi mai non dico ad eguagliare, ma nemmeno ad avvicinarsi all’originale. E, probabilmente, nemmeno ci prova.

Certo, stiamo parlando di quella che forse è la migliore serie in assoluto della storia dell’animazione nipponica e, ammettiamolo senza problemi, quand’anche gli autori si fossero limitati a trasporre paro paro ogni singolo frame, il risultato sarebbe stato scadente, perché Cowboy Bebop è quel che è, perché è stato realizzato in quel determinato periodo storico (a due anni dal nuovo millennio), aveva quel particolare mood e atmosfera, stravolgeva il linguaggio di un medium che in quegli anni stava attraversando una totale rivoluzione (Evangelion è del 1995, per dire) e riusciva a restare su picchi di assoluta eccellenza in ogni comparto e in ogni singola puntata. Come affronti un mostro del genere? Ti camuffi, lo copi per far vedere che fingi di rispettarlo, ci aggiungi del tuo per dimostrare che dietro c’è un progetto sensato e originale (see, come no), allunghi il brodo e continui ad ammiccare alla fan base adulta, che tanto ai bimbiminkia puoi rifilare qualsiasi cosa, tanto mezzo secondo dopo torneranno su tiktok o twitch.

C’è, in questa versione, quella scrittura sublime che riusciva a cesellare finemente anche i personaggi che apparivano in singole puntate per poi sparire? No. E quella regia capace di esaltare singoli dettagli di una sequenza rendendoli capaci di amplificarne al diapason la potenza drammatica? No (qui basta vedere il primo episodio, clone malfatto di quello originale, e la scena in cui Katerina “perde” le pillole di Red Eye). C’è quell’amalgama perfetto tra i protagonisti che li trasforma nella famiglia disfunzionale che vorresti avere anche tu? No. Ci sono tonnellate di riferimenti “alti” e cinematografici (ricordate Toys in the Attic?) da gustare a apprezzare? No. C’è una colonna sonora eccezionale? Sì, ma grazie al cazzo, c’era pure nell’originale.

Questa versione live action di Cowboy Bebop è ancora meno di una brutta copia dell’originale, è una grottesca e deforme parodia, senz’anima e senza cuore, che potrà soddisfare solo un pubblico poco smaliziato, che si accontenta del minimo indispensabile, aduso all’intrattenimento usa e getta, facile e dimenticabile, cioè esattamente il popolo di Netflix, quello che si raduna(va) in piazza per vedere le anteprime de La Casa di Carta o che crede che Squid Game sia il trionfo dell’originalità. Netflix stessa, curiosamente, ha reso disponibile anche la serie animata originale, non so se per praticare un peraltro comprensibile autosabotaggio espiatorio o per permettere ai fan dell’originale di riacquistare la vista dopo essersi cavati gli occhi di fronte a questo scempio. Abbiate un po’ di rispetto per voi stessi ed evitate di perdere tempo con questa roba.



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Andrea Chirichelli

Classe '73. Giornalista da tre anni, ha offerto il suo talento a riviste quali Wired, Metro, Capital, Traveller, Jack, Colonne Sonore, Game Republic e a decine di siti che ovviamente lo hanno evitato con anguillesca agilità. Ha in forte antipatia i fancazzisti, i politici, i medici, i giornalisti e soprattutto quelli che gli chiedono foto.

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