Ci sono volute svolte politiche destabilizzanti e dirompenti come la presidenza Trump e la Brexit per convincere i lettori di mezzo mondo che fosse giunto il momento di rispolverare la fantascienza distopica e postapocalittica. Quando il gioco di fa duro, si lasciano da parte i blasonati scrittori con bretelle newyorkesi e si chiede un vaticinio o un consiglio alla cara e vecchia fantascienza.

ella frase precedente però il termine chiave rimane “vecchia”: l’elezione di Donald Trump (2016) a presidente degli Stati Uniti ha fatto volare le vendite dell’incubo dittatoriale e dispotico più celebre di tutti i tempi, 1984 (scritto nel 1948). Se già un coevo come Huxley con il suo Il Mondo Nuovo (1932) ha saputo creare una distopia che sembra molto più rilevante per le inquietudini e le paure del nuovo millennio, immaginatevi cosa si celi in quasi 7 decenni letterari in cui non si è mai smesso di immaginare quanto potesse essere oscuro il futuro dell’umanità.

L’immensa fortuna di 1984 deriva dalla sua visionarietà – che comincia però ad apparire un po’ datata e meno attuale di un tempo – certo, ma anche dal contesto sociale, politico ed editoriale (leggi alla voce Mac Perkins) che ha scelto il Grande Fratello come principale simbolo di un futuro dittatoriale da cui è possibile sfuggire, nonostante negli anni Huxley e altri si siano rivelati profeti ben più attendibili.

1984 è insomma potente, forte, visionario e importante anche nel 2016, ma non è imprescindibile e forse non lo è mai stato, come qualsiasi altro libro. Basandomi sulle recenti uscite italiane e sulle mie letture, provo a dimostrarvi quanto il mondo sia pieno di situazioni preoccupanti sì, ma anche di distopie che riflettono con grande lucidità sulle stesse.

Le figlie del nord (The Carhullan Army) di Sarah Hall

A differenza di George Orwell – troppo preso dal sottile father issue machista che corre tra un uomo e la sua patria, tra un innocente e il suo persecutore – Sarah Hall non sottovaluta il ruolo centrale che il corpo femminile ha nella partita distopica. Il controllo sullo stesso nella storia si è sempre dimostrato un necessario punto di partenza per imbrigliare anche l’altra metà del cielo, in cambio di gratifiche sessuali o del dolce palliativo del potere su qualcuno che vanta ancor meno diritti e libertà (e non solo in regimi dittatoriali).

La Gran Bretagna è crollata innumerevoli volte in scenari letterari da incubo: stavolta ce l’ha trascinata una guerra non meglio precisata e una conseguente, gravissima crisi energetica. Allo stremo delle forze e senza cibo ed energia, Albione sopravvive grazie agli aiuti d’Oltreoceano e con una rigidissima politica delle nascite: nessuna bocca da sfamare più del consentito, contraccezione forzata e ispezionatile in qualunque momento per ogni donna, dalle bimbe fino alle anziane.

Per Megan il grigiore esistenziale della città fatiscente e del matrimonio in cui vive sono fuori fuoco, fino a quando alcuni vecchi articoli di giornale sbiaditi le ricordano che già in tempi migliori un gruppo di donne aveva detto basta ai soprusi e alle angherie, installando una fattoria anarchica ed autogestita ad Carhullan. Consumata dall’idea che quella comunità possa essere sopravvissuta, Megan affronterà un difficile viaggio fino alla comunità fondata da Jackie Nixon, una donna e un capo che potrebbe guardare il Grande Fratello negli occhi, come un suo pari.

La lunga guerra in corso, l’insolazione dal resto del mondo, la durezza di una vita che deve assicurare la sopravvivenza a tutta la comunità senza aiuti esterni ha però trasformato la comune femminile in qualcosa di radicalmente diverso. Anche il dolore personale di Jackie ha distorto la sua idea di Carhullan e finirà per fare lo stesso con Megan, in una sorta di viaggio nella natura umana più pura, distillata e feroce, fino ad arrivare all’orrore, l’orrore, signori.

Certo il finale è molto, troppo affrettato e lo scenario parecchio familiare per un romanzo che ne richiama una quindicina di simili solo nell’ultimo decennio, ma il vantaggio di conoscere solo 1984 è che anche la svolta più ovvia e trita potrebbe colpirvi con la violenza di uno schiaffo.

Il racconto dellancella (The Handmaid’s Tale) di Margaret Atwood

Nonostante abbia vinto nel 1985 la prima edizione del Arthur C. Clarke Award e nonostante il suo romanzo più celebre sia diventato il classico dispotico erede di 1984, Margaret Atwood tenta ancora di farci credere che non scriva fantascienza, bensì speculative fiction (termine guarda caso coniato da uno così avulso al genere come Robert Heinlein).

La colpa però è a ben vedere solo di una critica e un mercato che sembra quasi costringere a presentarsi sotto mentite spoglie un autore di genere con grandi ambizioni letterarie.
Il Racconto dell’Ancella nasce negli anni ’80 dei totalitarismi in Iran e Afghanistan, ma anche della nuova destra statunitense che accusa le donne e la loro emancipazione di tutto, dal calo delle nascite all’esistenza stessa del lesbismo.

Se nell’Inghilterra perduta della Hall un bambino è una disgrazia da evitare, nella repubblica di Gilead raccontata dalla protagonista Offred è una benedizione tale che assicura la salvezza all’ancella che è riuscita a portarlo alla vita. Vittima di un drammatico calo delle nascite e della sua mai sopita passione per le sette religiose, la nuova repubblica americana si rifonda su un matriarcato apparente, dove il sesso è un atto meccanico e strettamente regolato dalla legge, dove le donne sono così sacre da non poter nemmeno essere sfiorate se non dai mariti o dagli alti papaveri che le possiedono (letteralmente, a partire dal loro nome: Offred sta per “di Fred”, i nomi di un tempo sono proibiti).

Le giovani fertili sono ancelle, ovvero concubine, simbolo di prestigio sociale e all’occorrenza esempio di una repressione violentissima che nega alle donne (e anche agli uomini) tutto, persino la parola scritta.
Un romanzo epocale e di un’attualità preoccupante, pari solo alla sua incredibile letterarietà. Gli Stati Uniti non hanno cominciato certo a Novembre 2016 a solleticare facili soluzioni totalitarie; il lato positivo è che questa attitudine rende sempre più attuale un romanzo di per sé eccezionale. Se proprio siete pigri, confidate nell’imminente serie TV.

Elysium di Jennifer Marie Brissett

Ancora fresco di stampa e tradotto da un nome importante dell’editoria italiana come Martina Testa, questo romanzo post-apocalittico edito da Zona 42 rischia di essere una delle proposte editoriali più coraggiosamente fantascientifiche del 2017, pur essendo apertamente tale solo nelle ultime 30 pagine o poco più.

Leggerlo è una vera professione di fede e questo è davvero il suo unico limite. Il debutto datato 2014 di questa scrittrice britannica di origini jamaicane è infatti il classico romanzo di cui si capisce il valore in prospettiva, che appena conclusolo ti viene voglia di rileggere da cima a fondo.

In termini cinematografici, Elysium parte con un close-up a pochi millimetri dal suo soggetto – una storia d’amore destinata a finire male – e pian piano se ne allontana, fino a diventare un campo lunghissimo che abbraccia tutte le grandi domande esistenziali dell’umanità, quella la cui stessa esistenza è messa a rischio da una guerra che via via assume l’aspetto di un’invasione e un genocidio.

I due protagonisti sono incastrati in un loop temporale che parte dalla contemporaneità e pare voglia concludersi con l’estinzione dell’umanità e la scomparsa della Terra stessa, mentre loro sono vittime inconsapevoli di una sorta di reincarnazione forzata che li porta a cambiare sesso, etnia, rapporto affettivo (amanti, coniugi, padri, madri, figli), mentre l’Apocalisse si avvicina ma loro non riescono comunque a trovare un finale che non sia drammatico al loro stare insieme. I termini sono volutamente vaghi perché il punto del romanzo è scoprire quale sia il presupposto tecnologico (e fantascientifico) alla base di questa infinita serie di episodi senza lieto fine.

Apocallitico e allegorico, Elysium non ha poi molto da temere nel confronto con le visioni crepuscolari e apocalittiche dei grandi vecchi della letteratura statunitense. Se solo nelle paginate e negli scaffali riservati in questi giorni al ritorno alle vendite di 1984 ci fosse un po’ di spazio anche per lui.



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  • aseriouswoman

    Ottimi consigli, ma scrivo solo per segnalare alcuni errori:
    -1948 al posto di 1984
    -il link al primo libro porta ad un altro libro
    -purtroppo Il racconto dell’ancella non è disponibile, spero che l’imminente serie tv porti l’editore italiano ad una ristampa.

    • Claudio Magistrelli

      Ahia. Mea culpa, chiedo scusa, spero di non aver fatto comprare a troppa gente il libro sbagliato.