poor things, emma stone

Il botteghino della passata stagione cinematografica è stato segnato dal cosiddetto Barbenheimer con i film di Greta Gerwig e Christopher Nolan che hanno regalato ai circuiti cinematografici un autentico bagno nell’oro. Abbastanza a sorpresa, nella stagione dei premi, il binomio non si è però riconfermato e dopo i Golden Globe e i Bafta, è evidente quanto Nolan sia lanciatissimo verso la conquista del suo primo oscar da regista, mentre sul versante leading actress Emma Stone è la favorita per Poor Things. Lanthimos potrebbe ancora avere qualche chance, ma Nolan questa volta ha giocato l’asso nella manica del biopic e probabilmente l’Academy, dopo aver decretato il trionfo di Del Toro con La Forma dell’Acqua nel 2018, aspetterà altri dieci anni prima di considerare nuovamente un film così sopra le righe quale è, all’apparenza, quello di Lanthimos.

La marcia trionfale di Poor Things è iniziata a Venezia dove il film è stato salutato con recensioni entusiastiche venendo anche impropriamente accostato a Barbie, e anzi a volte maldestramente presentato come una versione per adulti del lavoro di Gerwig, dove per “adulti” si intende che il film di Lanthimos non solo è ricco di scene di nudo e sesso, ma anche portatore di una riflessione più matura e profonda rispetto alla pellicola con Margot Robbie. Ecco, nulla di tutto ciò. La rivalità tra Barbie e Poor Things è del tutto forzata visto che gli intenti sono diversi, ma su questo tornerò più avanti. [Da qui in poi SPOILER]

Poor Things è basato sull’omonimo romanzo di Alasdair Gray (1992) adattato da Tony McNamara già co-autore del precedente film di Lanthimos, The Favourite. La storia segue il percorso di formazione di Bella Baxter, una creatura con il corpo di una donna morta suicida su cui è stato impiantato il cervello del neonato che portava in grembo. Il padre-demiurgo è Godwin Baxter (Willem Dafoe), uno scienziato che indaga le leggi della natura studiandole, piegandole e perseguendo l’unico risultato che può garantire all’uomo la superiorità sulla natura stessa: il dare la vita. Il debito nei confronti di Frankenstein è evidente e dichiarato ma le similitudini, oltre la premessa iniziale, sono molto più di atmosfera che di sostanza, a ben vedere Poor Things ha più elementi in comune con i romanzi di formazione dalle ambientazioni gotiche che Jane Austen ha parodiato in Northanger Abbey, che con l’opera di Mary Shelley.

Bella Baxter è dunque una giovane donna che letteralmente muove i primi passi nel mondo, essendo la sua esperienza governata dalla mente di un neonato. Bella è anche un prodigio della scienza, oltre che una meraviglia della natura, e cresce circondata dall’amorevole protezione del padre-creatore che la segue registrando tutti i suoi progressi. Più la ragazza cresce, più diventa manifesta la sua voglia di esplorare il mondo fuori dal maniero in cui vive con il padre e il giovane medico che lui ha designato come futuro genero. Si succedono piccoli e grandi episodi di insubordinazione finché per Bella la scoperta del sesso e dell’autoerotismo è una vera epifania – accolta con allegra e spensierata voracità – che innesca una serie di eventi che finalmente le danno l’occasione di varcare i confini di casa e partire all’avventura. Dopo l’indecisione iniziale, Godwin concede a Bella la sua benedizione: come padre non può che desiderare che la vita regalata sia effettivamente vissuta appieno, e come scienziato – si intuisce – non può dichiarare concluso con successo un esperimento senza che questo venga messo alla prova fuori dal laboratorio.

Bella si affaccia così al mondo al fianco di Duncan Wedderburn, un avvocato danaroso, vanesio e donnaiolo che è rimasto soggiogato dal fascino unico della ragazza, nonché dal desiderio di lei di dedicarsi liberamente al sesso. A questo punto della storia la caratteristica di Bella è infatti una fame di esperienze che si traduce soprattutto in una continua ricerca dell’appagamento sessuale: come tutti i bambini ha trovato quello che le dà piacere, che sia cibo o sesso poco importa, e le sue azioni sono dirette nell’avere sempre e solo quello che piace, senza imposizioni di sorta. Il rapporto tra i due diventa rapidamente un modo per illustrare, con penetrante ironia, l’esercizio del potere e del possesso praticato dagli uomini sulle donne: è subito evidente che tra Bella e Duncan l’adulto con il cervello di bambino è lui. Mark Ruffalo dà vita a un personaggio capriccioso, immaturo e sprovvisto di mezzi tanto per accettare un “no”, quanto per affrontare difficoltà non preventivate. Duncan viene racchiuso nella fulminante battuta di Bella: “Quindi o ti sposo o mi uccidi: è questa la scelta?” che nella sua estrema sintesi racconta secoli di sopraffazione sulla donna privata di autonomia, indipendenza e diritto di scelta.

È chiaro fin da subito di cosa ci vuole parlare Lanthimos. Il regista vuole mettere in scena l’autodeterminazione di una giovane cresciuta libera dall’influenza opprimente della società con tutte le sue regole e costrizioni particolarmente punitive soprattutto per le donne, e che può quindi esplorare sé stessa ed esperire il mondo libera dalle catene di pregiudizi, moralismi e obblighi che limitano in tutte le direzioni la capacità di movimento. Purtroppo Lanthimos, per raggiungere lo scopo, insiste soprattutto sulla componente sessuale e volendo mostrare il sesso per quello che è, ovvero un mezzo per approfondire quella moltitudine di sensazioni e piaceri che la consapevolezza del nostro corpo può offrire, in opposizione a quello che è diventato, ovvero un mezzo di controllo e sopraffazione, finisce per cadere nella stessa trappola che voleva disinnescare.

I primi anni della vita di un bambino sono irripetibili perché tutto ciò che accade segna una prima volta, la più piccola esperienza, come la più scontata (per noi adulti) delle sensazioni, diventa per un neonato un discrimine tra un prima e un dopo, la prima informazione acquisita su di sé e sull’altro da sé. Bella Baxter è in questa precisa condizione: venuta al mondo e cresciuta in cattività, dotata di un corpo di adulta che invia le informazioni da processare a un cervello di infante, seppure in rapidissimo sviluppo, dovrebbe affacciarsi alla vita colma di stupore e timor panico. Ma lo slancio della protagonista è banalizzato dall’eccessivo focalizzarsi sulla sfera sessuale, e per nulla veicolato da un’estetica che susciti autentica meraviglia.

Da un punto di vista visivo il film è spesso opulento ma nonostante questo, tutto quello su cui Bella posa gli occhi per la prima volta è privo del meraviglioso turbamento che il debutto alla vita dovrebbe suscitare. Usciti dalla sala è più facile ripensare alle fonti di ispirazione a cui rimanda il film, visto che le scelte visive ricordano da vicino la maggior parte dei lavori di Tim Burton, il Tarsen di The Fall, la regia di Alfonso Gomez-Rejon per American Horror: Coven, Guillermo Del Toro, Gustave Dorè nelle sue illustrazioni per la Divina Commedia.

Poor Things è una comedy grottesca che mutua atmosfere e scelte estetiche dallo steam punk e dal gotico, un romanzo di formazione che si dedica intensamente alla sua protagonista, una sfavillante Emma Stone ormai musa ufficiale di Lanthimos: i due sono alla seconda collaborazione dopo The Favourite, in attesa della terza, Kinds of Kindness. A Stone va il merito di aver reso una festa per gli occhi e fieramente ingovernabile il personaggio di Bella che sarebbe potuto facilmente scadere nel camp involontario. Il problema è che la storia, pur mettendo al centro una donna, racconta un percorso di autodeterminazione come lo può intendere un uomo per una donna. Troppo spesso i viaggi di crescita e scoperta dei personaggi femminili devono necessariamente fare tappa o nell’episodio di violenza, o nel bordello. Qui si verifica la seconda eventualità e la (non) sensibilità artistica maschile, come in questo caso, ripropone il trope della romanticizzazione del bordello come luogo di studio di una certa varietà umana e crocevia di storie e destini.

Serve ricordare che il bordello è un luogo in cui gli uomini pagano per abusare di donne povere, sole, rifiutate ed emarginate dalla società. L’esperienza di Bella, come tutte le sue esperienze, è qui addomesticata e mai, in nessun momento, si sente oppure è realmente in pericolo. E la questione economica, seppure passata sottotraccia, è molto più interessante da valutare rispetto a quella sessuale.

Poor Things è un film spassoso, con diversi acuti, ma Lanthimos butta fumo negli occhi perché il film è, tolti gli strati più vistosi e superficiali, la storia di una rampolla giovane, ricca e attraente che sfida un mondo in cui le difficoltà sono ampiamente alla sua portata, salvo poi fare ritorno a casa dove ritrova il fidanzato comprensivo, ed eredita i soldi e l’attività del padre. Insomma, quanto di più lontano ci possa essere dallo scardinare convenzioni e norme sociali perché la vera autodeterminazione delle donne, prima ancora che dal sesso, passa attraverso l’indipendenza economica dagli uomini e Bella – che ne sia consapevole o meno – passa dall’essere pagata per la sua avvenenza, all’ereditare i soldi del padre: la sua autoaffermazione è perimetrata da questi due elementi. Il primo vero momento in cui sceglie senza rete di protezione è quando decide di capire quale fosse la vita della donna di cui abita il corpo, sua madre. Il marito aguzzino funziona da opposto dello spettro in cui si posizionano gli uomini predatori in relazione alle donne: da una parte gli adulatori che amano la libertà sessuale delle donne solo finché sono i primi a beneficiarne, dall’altra chi la teme e la reprime attivamente. Anche in questo caso, però, la risoluzione del conflitto avviene in tempi di pronta consegna e la storia può avviarsi verso il lieto fine.

Come dicevo all’inizio, il termine di paragone più immediato, ma anche più fuorviante, è quello con il Frankenstein di Shelley, ma i percorsi di Bella e della Creatura viaggiano su direzioni opposte. Là dove la Creatura viene immediatamente rifiutata dal suo creatore, condannata alla solitudine e spinta verso l’efferatezza dal suo aspetto terrificante e contronatura che gli aliena ogni possibilità di contatto umano, in Poor Things Bella è amata e desiderata proprio in virtù della sua avvenenza. Curioso che un film che dà a intendere di parlare di orrorifico, strambo e anormale, per le due creature nate dagli esperimenti dello scienziato scelga le fattezze di Emma Stone e Margaret Qualley. Non a caso in Barbie, il monologo principale viene affidato ad America Ferrera: pronunciato da Margot Robbie, oltre che out of character, sarebbe risultato ridicolo.

Poor Things è dunque un film godibile, divertente, che in più di un momento regala acuti e battute fulminanti, a patto di capire cosa si sta guardando: non un viaggio rivoluzionario, ma una gustosa favola gotica/fantascientifica raccontata attraverso un comodo itinerario a tappe.



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Mara Ricci

Serie tv, Joss Whedon, Jane Austen, Sherlock Holmes, Carl Sagan, BBC: unite i puntini e avrete la mia bio. Autore e redattore per Serialmente, per tenermi in esercizio ho dedicato un blog a The Good Wife.

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