Sembra quasi un rito d’iniziazione quello che apre Los domingos. Ainara ha diciassette anni, è in ritiro con alcune coetanee in un convento: i classici esercizi spirituali fra l’adolescenza e l’età matura. Ma la sera le ragazze si ritrovano sfidando le regole per chiacchierare e scambiarsi confidenze. Lei è una studentessa puntuale, cresciuta in una famiglia senza problemi della Bilbao piccolo-borghese. Ma, dopo il ritiro, prende forma un’idea nuova, e in un pomeriggio qualunque la posa sul tavolo di casa: vuole farsi suora di clausura.

Una decisione che ha il peso di una frattura. E nel silenzio che segue, le figure familiari si irrigidiscono. Il padre fatica a capire; la zia la osserva con una perplessità che assomiglia alla paura; la madre è un’assenza che incombe, una presenza-ombra che non può più essere interpellata perché non c’è più.

In quel gesto, la regista spagnola Alauda Ruiz de Azúa colloca il cristallo di un conflitto destinato a incrinarsi nelle stanze di casa.

Los domingos entra nel quotidiano come un visitatore, ma non innocuo. Si ferma sulle pareti e sulle immagini sacre appese, indugia su una fotografia di gruppo in cui Ainara è già mezzo passo indietro, come se la sua figura stesse scomparendo dal mondo laico che la circonda. C’è lo stupore quasi doloroso del padre, l’ambivalenza della zia, e il volto della ragazza attraversato da un silenzio che pochi capiscono. Ruiz de Azúa evita la tentazione del melodramma, rifiuta l’urlo e la scena madre, ma costruisce la tensione attraverso l’attesa, quell’ora che passa senza scorrere davvero. È un cinema che respira per sottrazione, e proprio per questo ha un’intensità sotterranea.

In questa torsione del tempo, le domeniche diventano il vero luogo simbolico del film: camere di decompressione emotiva, pause del mondo in cui le vite si osservano da lontano. Il titolo, del resto, contiene una promessa e una minaccia: la domenica come sospensione, come visione che non può più essere evitata. Ruiz de Azúa filma anche i momenti in apparenza meno significativi: la ciocca di capelli ribelle che sfugge all’ordine, un libro di preghiere consumato dall’uso. Dettagli minimi che aprono universi interiori.

Los domingos non è un’opera devota né un’apologia della scelta religiosa. Nella prima parte sembra quasi accarezzare l’idea della clausura come luogo di purezza, come fuga rigeneratrice, promessa di un mondo in cui il dolore è filtrato dal silenzio. Ma è un’illusione, o una tentazione. La regista la offre allo spettatore solo per sottrargliela. Quel silenzio inizialmente luminoso comincia a farsi claustrofobico, la vocazione appare fragile. Davanti a questa fragilità emergono domande che il film non vuole risolvere: quanto di questa decisione è dono e quanto è fuga? Qui emerge l’ambiguità più autentica del film.

A rendere credibile questo universo sospeso contribuisce un cast corale calibrato. Blanca Soroa sembra quasi acerba nella sua vulnerabilità, ma Nagore Aranburu, nei panni della zia, offre una ruvidità sincera, materica, che rompe l’armonia apparente della famiglia, mentre Miguel Garcés, il padre, costruisce una presenza ferita, un uomo che non trova più la grammatica emotiva per parlare con sua figlia.

La forza di Los domingos, ma anche la sua incompiutezza, sta forse nel contrasto invisibile tra ciò che vediamo – la casa ordinata, la città che vive a margine, il coro monastico che avvolge la protagonista – e ciò che resta taciuto, che vibra sotto le superfici come una fede incerta o una ferita mal cicatrizzata. C’è discrezione, c’è pudore, ma anche la paura di rompere qualcosa toccandolo troppo da vicino. Tant’è che, nella seconda parte, il film avrebbe potuto osare di più. Il finale, infatti, sceglie una quiete complessa: la porta resta aperta, il gesto sospeso. È il vento a decidere se la fede sarà fuga o approdo, e il film sembra chiedere solo di restare a guardare in silenzio.

Dopo il trionfo al festival di San Sebastián, dove ha vinto la Conchiglia d’oro al miglior film, Los domingos arriva come una promessa: quella di ricordare che il cinema non è solo ciò che mostra, ma anche ciò che trattiene. Per chi ama uscire dalla sala con un respiro sospeso e lo sguardo più aperto, sarà una domenica difficile da dimenticare. Per chi cerca risposte o – in qualche modo – soluzioni, probabilmente il film non sarà abbastanza.



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