La fine di tutto e il suo inizio – The Fifth Season di N.K. Jemisin

Journey 5
Family has shown her that love is a lie. It isn’t stone-solid; instead it bends and crumbles away, weak as rusty metals. 

È stata una vittoria significativa su più livelli quella di quest’anno di N.K. Jemisin agli Hugo Awards 2016. Dopo un’annata con tanti romanzi di genere di livello medio alto (ma senza un titolo incontestabilmente superiore agli altri), a portare a casa il premio assegnato dal pubblico di lettori è stato The Fifth Season, il romanzo ad oggi più ambizioso dell’autrice, primo della trilogia The Broken Earth di cui è appena stato pubblicato il secondo capitolo, The Obelisk Gate.
Non è la prima volta che l’autrice afroamericana va alla caccia di un premio importante in campo SSF, ma in passato hanno pesato sulle sue nomination fattori tristemente poco affini all’universo letterario. Oltre che ad essere una scrittrice dall’età di 10 anni, la Jemisin è anche una nota blogger, opinionista politica e membro attivo della comunità afroamericana e tanto è bastato ad alcuni per affossarla ad ogni occasione al grido di “You shall not pass!”, al pari di una tolkeniana creatura mitologica e terribile.
Universalmente acclamato come uno dei romanzi SFF migliori dell’annata, The Fifth Season non si fa notare certo per l’originalità della sua trama, dato che aderisce in maniera quasi pedissequa a quello che è stato lo standard degli ultimi anni in campo fantasy (young adult e non), a partire dalla mappa del mondo a inizio del primo tomo da 500 e passa pagine di una trilogia fino alla sua atmosfera apocalittica e dittatoriale. Non basta che qualche pagina a ricordarci che spesso, in questo particolare segmento di successo della letteratura di genere, a mancare per il vero salto di qualità è semplicemente il carisma di chi scrive.
A fare la differenza in The Fifth Season è chiaramente la persona che batte sulla tastiera del suo computer e il suo vissuto, oltre che al suo lampante bagaglio di esperienza come scrittrice professionista (in un anno in cui non sono mancati i debutti promettenti) che si porta dietro. Sarà forse una convinzione auto-indotta, ma mi è parso evidente fin da subito che a guidare questa fine del mondo non ci fosse la solita autrice caucasica da poco laureata che si rivede nella propria eroina adolescente o l’incazzatissimo scrittore inglese grimdark di turno (categoria che, per la cronaca, adoro), ma una persona dal vissuto che purtroppo spesso viene ignorato, dentro e fuori le librerie.
Al centro di questo romanzo non c’è un protagonista che si batte contro le avversità, bensì l’apocalisse stessa, in un mondo formato da un unico, ininterrotto continente, continuamente squassato da cataclismi e disastri di varia natura, che rendono precaria l’esistenza stessa delle civiltà. L’umanità però resiste caparbiamente, in un millenario succedersi di deadciv (civiltà scomparse) le cui vestigia attorniano Yumenes, la capitale dell’impero che ha combattuto e superato ormai sette Stagioni.
In questo mondo infatti ci sono le solite 4 stagioni e, a distanza di secoli, ne compare una quinta, così terribile da meritare la maiuscola e far impallidire il Grande Inverno di George R.R. Martin. La Quinta Stagione può essere scatenata da un terremoto, da un’eruzione vulcanica, dal diffondersi di un fungo o da un errore umano, ma il risultato sarà il medesimo: anni durissimi per la popolazione, senza cibo, talvolta senza luce, circondata da eventi sul lungo e breve periodo letali per gran parte dell’umanità.
Yumenes però è riuscita a sopravvivere a questi eventi e a creare un impero nonostante le Quinte Stagioni, stabilendo un ferreo regime tra il dittatoriale e il comunista (nel senso staliniano del termine) basato sull’essere continuamente pronti alla catastrofe. Così ogni comm (comunità) è pronta a chiudersi in sé per tentare di sopravvivere, ogni famiglia ha il proprio zaino accuratamente riempito di provviste e maschere anti gas da agguantare prima di fuggire, ogni persona conosce a memoria gli stone-lores, gli insegnamenti di stampo biblico che sanciscono le priorità di fronte alla catastrofe e il modo più saggio e conveniente di affrontarla.
A fare davvero la differenza però è stata la decisione presa secoli addietro di creare una rete di nodi che mitigassero gli effetti di terremoti e movimenti tellurici, soggiogando e utilizzando indiscriminatamente quelli che vengono considerati più un’arma che degli esseri umani: gli orogeni, persone con una ghiandola posta alla base del cervello che consente loro di sentire i movimenti sismici del terreno e di controllarlo, scatenando terremoti o stabilizzando le placche.
Controllati, temuti e spesso linciati per via del loro potenziale, gli orogeni hanno permesso a Yumenes di sopravvivere a numerosi Stagioni, arrivando persino a mitigarne gli effetti devastanti, senza mai perdere la loro fama di mostri pericolosi e folli. Al di fuori del Fulcro, se scoperti, rischiano la vita, al suo interno vengono piegati, studiati e controllati con ogni mezzo di coercizione possibile dai Guardiani, che arrivano persino a costringerli ad accoppiamenti forzati (pratica in realtà diffusa anche all’esterno) per selezionare orogeni sempre più potenti e malleabili.
This is what it means to be civilized: doing what her betters say she should, for the ostensible good of all. 
Le protagoniste della storia sono 3 donne, tutte e 3 rogga, termine dispregiativo con cui le persone comuni chiamano gli orogeni al di fuori del Fulcro, la sede dell’organizzazione paramilitare che li addestra e li controlla una volta che manifestino i loro poteri, sempre che la popolazione non li linci prima dell’arrivo di un Guardiano a recuperarli. A guidarci nel mondo sopravvissuto alla fine del mondo sono una ragazzina di nome Damaya, appena individuata e salvata da un Guardiano, una giovane di nome Syenite, al suo primo incarico ufficiale fuori dal Fulcro dopo anni di addestramento, e Essun, una madre in cerca di vendetta dopo essere rimasta nascosta in incognito per anni tra la popolazione di uno dei tanti comm del continente.
Se il libro finisce prevedibilmente per essere un nutrito e orrorifico catalogo dei soprusi che gli orogeni subiscono per la loro diversità e il loro potenziale distruttivo (sino a sfiorare le soglie del violentissimo sottogenere grimdark), a portare questo racconto di un’apocalisse mai vista prima d’ora in un mondo sempre sull’orlo della sua fine è l’incredibile padronanza dell’autrice sulla sua storia e la capacità di manipolarne la linea temporale a vantaggio della narrazione, tenendo costantemente il lettore all’oscuro di quello che si rivelerà un triplice colpo di scena davvero memorabile.
Bastano una manciata di capitoli infatti per capire che i 3 punti di vista (uno dei quali narrato in un’ardita ma molto riuscita seconda persona singolare) sono posti in momenti diversi di una linea temporale che il lettore dovrà triangolare a poco a poco, usando come punto di riferimento lo scoppio della più grande apocalisse mai vista, quella da cui l’umanità non ha speranze di uscirne vincitrice, causata da un personaggio misterioso.
Nelle pieghe di una linea temporale accuratamente celata, Jemisin tiene in serbo per il lettore numerosi colpi di scena, preservando sempre la sua illusione di avere raggiunto finalmente uno sguardo a tutto tondo sulla storia, mentre il colpo d’occhio sarà complessivo solo sul finale, che chiarisce la volontà di The Fifth Season di essere solo l’inizio della Fine, o chissà, la Genesi di qualcosa di totalmente differente.
Se sul finale qualche incontro “casuale” tra personaggi sembra davvero di troppo e la conclusione può risultare fastidiosamente aperta, la forza del romanzo risiede in quello che si rivelerà essere il suo personaggio principale e la capacità con cui Jemisin ne esplora la dolorosa crescita personale, riuscendo con gran facilità a rendere partecipe il lettore del suo dolore e del suo vissuto apocalittico. Questi pregi non ne fanno forse un libro innovativo, ma di certo tra i più maturi e meglio scritti del imperante genere post apocalittico, in attesa di vedere cosa succederà nei prossimi capitoli.
C’è anche da segnalare come – caratteristica comune a molti libri blasonati del 2016 – la sua etichetta di epic fantasy apocalittico sia abbastanza labile man mano che si procede con la lettura. Non posso essere troppo chiara senza rischiare lo spoiler, ma diciamo che se inizialmente l’orogenia è presentata come quello che di fatto potrebbe essere un potere magico, le spiegazioni geologiche di come viene utilizzata, attivata e trasmessa ai propri discendenti sono così dettagliate che finiscono per suggerire un’immagine complessiva che potrebbe persino ricadere nel fantascientifico. The Fifth Season insomma non sposta l’asticella nel campo del contenuto, ma ci ricorda che quando chi mette la storia nel contenitore di un genere popolare ha grande abilità, esperienza e padronanza dei propri mezzi, sa tirar fuori qualcosa in grado di stupire e appassionare il lettore.
The Fifth Season è a tutt’oggi inedito in Italia, come gran parte della produzione SFF contemporanea per anno, pubblicazione e tematiche. La lettura in inglese non è proibitiva a chi abbia una certa dimestichezza con questo tipo di sfida: per i termini legati all’ambientazione del libro, c’è un glossario più che esaustivo da consultare a fine volume. 
Disclaimer: la casa editrice del romanzo ha fornito a titolo gratuito una copia del libro in cambio di un’onesta recensione del titolo, ovvero quella che avete appena letto.
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