Mito o mania? Un romanziere di nome Haruki Murakami

Ha scalzato Yukio Mishima dal trono di scrittore giapponese più tradotto e letto nel mondo ed è divenuto il romanziere per antonomasia del Sol Levante. Sono passati trent’anni da quando, un po’ per gioco e un po’ per illuminazione improvvisa, scrisse il suo primo romanzo in inglese – poi ritraducendolo in giapponese – ottenendo quella lingua che suona onirica e straniante anche ai lettori in patria.

Con Il mestiere dello scrittore Haruki Murakami ripercorre la sua carriera con una serie di brevi saggi e discorsi scritti per apparizioni pubbliche e mai utilizzati. Lo stile è semplice, i ragionamenti semplicistici, quasi banali: isolarsi e scrivere in un posto tranquillo, farlo tutti i giorni senza deroghe, tenersi in forma perché scrivere può essere faticoso anche a livello fisico, lasciare che siano i propri personaggi ad agire senza imporre il proprio volere. Il saggio di Murakami non si candida ad essere il nuovo On writing o Lezioni di stile, ma d’altronde gli aspiranti scrittori a cui si rivolge non sono forse il pubblico a cui vuole veramente parlare.

Chi insegue da tempo il mito di Murakami o è vittima della mania letteraria che ha generato conosce già molti dei passaggi biografici e delle idee esposte, dal locale jazz gestito con la giovane moglie al singolare metodo di stesura dei suoi romanzi. Eppure il pubblico ideale di Il mestiere dello scrittore è appunto quello di quanti conoscono meglio vita e opere dello scrittore, perchè è un altro passo nella costruzione attenta che Murakami fa della propria carriera.

Che ciò avvenga consciamente o inconsciamente, non si può non notare come la cronologia della sua carriera sia riletta attraverso un prisma che illumina un momento circoscritto e lascia in ombra eventi nemmeno troppo trascurabili. Nel raccontare la propria scalata al successo, con l’umiltà vera o calcolata di chi si definisce romanziere (scelta che purtroppo Einaudi nel tradurre il titolo alza di un’ottava sostituendo un più blasonato “scrittore”), Murakami indica come punto di svolta Dance dance dance, romanzone fiume del 1989 che vira per la prima volta nella sua bibliografia a un alto livello di letterarietà.

Peccato però che il mito nasca un anno prima, con quel grazioso cofanetto natalizio rosso e verde uscito nelle librerie addobbate di luminarie e divenuto best seller. Norwegian Wood non viene citato che un paio di volte perché è un tormentone scomodo, dove forse il controllo emozionale è meno saldo e qua e là Haruki Murakami ancora cede al sentimentalismo.

Eppure Norwegian Wood è stato il suo primo travolgente successo e al contempo il grande punto di rottura con l’establishment giapponese, tanto che Murakami si descrive come una sorta di reietto continuamente demolito dalla critica. Ed è proprio nel capitolo dedicato al Premio Akutagawa, l’ambitissimo Pulizer locale dedicato ai giovani talenti, che le confessioni della maschera Murakami perdono di compostezza e ci lasciano intravedere tutta la contraddizione dell’operazione. Murakami infatti quel prestigioso premio non l’ha mai vinto.

Il Premio Akutagawa è un grappolo d’uva succosa e ormai fuori portata che non può davvero smettere di biasimare, nemmeno alla luce del fatto che lui è – per antonomasia – la più grande svista dell’Akutagawa, il Kubrick negletto della vicenda.

Invece no, tra proteste di disinteresse e acide puntualizzazioni su come poi molti che l’hanno vinto siano scomparsi nel nulla – non che lui se ne interessi, beninteso – Murakami proprio non sa accettare di essere additato da un gruppo di critici e letterati giapponesi come l’autore borghese che trasforma lo shosetsu in prodotto buono per il popolo e per gli stranieri, che tanto loro che ne capiscono, di romanzo giapponese.

Non importa se poi in questi trent’anni persino il suo più blasonato detrattore, il premio Nobel Oe Kenzaburo, abbia ammesso che sì, Murakami ha tracciato la strada della letteratura giapponese, anche se in una direzione da lui condannata e attaccata a più riprese. Nonostante questo amaro ravvedimento, il più quotato autore in lizza per il Nobel non riesce a fare pace con i suoi dettatori quel tanto che basta per citare con nome e cognome il suo più grande avversario letterario.

In questa enorme omissione e in tante altre professioni di stupita innocenza Il mestiere dello scrittore è forse il ritratto più autentico di Murakami; non in quello che dice, ma per quello che non vuole dire, omette o liquida con sufficienza. Come ogni suo shosetsu, ha un’innegabile qualità, ma è sempre accompagnata dalla sensazione di una studiatissima, sofisticata costruzione.



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  • Giorgio Raffaelli

    A me Murakami piace assai, ma ho sempre avuto il dubbio che mi piaccia tanto perché sono piuttosto ignorante riguardo al Giappone…