The Artist: quando la parola non serve

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L’impatto del sonoro sul cinema, ai tempi poco più che trentenne, ebbe conseguenze paragonabili al meteorite che (forse) fece estinguere i dinosauri. Tutte le stelle del muto divennero rapidamente obsolete e vennero sostituite dalle nuove star parlanti; nè il colore nè l’introduzione di tecnologie sempre più sofisticate ebbero una tale capacità di stravolgere dal profondo quel mondo, così effimero e instabile. Il cinema, guardandosi indietro, ha spesso raccontato quel periodo storico, quella palingenesi e quel rinnovamento, basti pensare a superclassici come Cantando sotto la pioggia e Sunset Boulevard.

The Artist, opera monumentale e coraggiosa del regista e sceneggiatore francese Michel Hazanavicius, racconta la rovinosa caduta di George Valentin (un eccelso Jean Dujardin, giustamente premiato come migliore attore a Cannes), star del muto e clone di Errol Fylnn e William Powell, che passa nel giro di pochi mesi dagli altari alle polveri, proprio mentre una sua fan, la bella Peppy Miller (Bérénice Bejo, un volto che non si dimentica) diventa una diva.

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Peppy, innamorata di George, cerca di aiutarlo in ogni modo, ma quest’ultimo sembra destinato a una brutta fine, finché un giorno…
Un film muto e in bianco e nero nel 2011 potrebbe sembrare una follia, in primis dal punto di vista produttivo, ma la mossa di Hazanavicius ricorda OSS 117: Le Caire nid d’espions, una gustosa parodia/rievocazione del cinema spionistico degli anni ’60. Mai didascalico o cerebrale, The Artist è un sincero atto d’amore verso il cinema tutto, graziato da una colonna sonora eccezionale e capace di regalare al pubblico una delle sequenze più originali ed emozionanti degli ultimi anni (la “scoperta” del sonoro da parte del protagonista).

La riflessione che il film induce a fare sul cinema odierno è d’obbligo ma lo script non suggerisce facili morali. Alla fine, come sostiene il corpulento boss della casa di produzione per la quale lavorano prima George e poi Peppy, “decide sempre il pubblico” e spesso attori e registi finiscono nel tritacarne senza poterci fare un granché, visto che l’industria cinematografica, così come l’innovazione tecnologica, corre veloce e non si guarda mai indietro.

Alternando con mestiere il registro brillante a quello patetico e drammatico, evitando accuratamente la lacrima o la risata troppo facile, Hazanavicius conduce in porto un’operazione difficile e fa dimenticare piccoli difetti della sua opera, come l’eccessiva bidimensionalità di alcuni personaggi e una certa prevedibilità della trama.

Se i due protagonisti dimostrano un affiatamento e un’alchimia senza pari, meritevoli sono anche le star “americane” prestate al progetto: Penelope Ann Miller, il produttore John Goodman e gli immarcescibili James Cromwell e Malcom McDowell. Nota di merito, per una volta, anche all’unico attore cane (letteralmente) che ci ricorda che anche un animale può avere capacità recitative fuori dalla norma.

Questa recensione è tratta da Players 11, disponibile gratuitamente dal nostro Archivio.



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Classe '73. Giornalista da tre anni, ha offerto il suo talento a riviste quali Wired, Metro, Capital, Traveller, Jack, Colonne Sonore, Game Republic e a decine di siti che ovviamente lo hanno evitato con anguillesca agilità. Ha in forte antipatia i fancazzisti, i politici, i medici, i giornalisti e soprattutto quelli che gli chiedono foto.

  • http://www.facebook.com/people/Massimo-Vultaggio/848925626 Massimo Vultaggio

    Bella recensione, pulita, onesta e senza i trionfalismi che ho letto da altre parti.