All’inizio era la luce. Lo so, lo so. All’inizio era il buio, ma questa è una storia diversa. In questa, dunque, all’inizio c’è solo bianco, intorno a quello che ha tutta l’aria di essere un qualche tipo di macchinario. Poi venne il click e con lui dei cubi neri. In qualche modo la mia azione ha attivato quella che sembra essere una macchina estrattiva. Ci prendo gusto e vado a vanti. Un altro click. E nulla accade. Non ho altro da fare e insisto e quel cubo si sgretola in 64 altri cubi. Uhm. Interessante. 

A quel punto la mia attenzione viene brevemente attirata da quella che sembra essere la notifica di un messaggio di un amico che mi sta aspettando. Mi spiace, ma mi sembra di aver intuito che quei cubetti sono una specie di risorsa con cui potrei creare un altro macchinario. Tra poco ti rispondo amico mio, nel frattempo continuo a rompere cubi e accumulare cubetti: mi manca poco per creare un macchinario che potrebbe velocizzare l’estrazione di cubi. Non so perché lo faccio, ma la vita sociale può aspettare.

Nel giro di qualche decina di minuti, di luce inizia a essercene parecchia meno. Buona parte del bianco ormai è occupato da macchinari che procedono a compiere il loro lavoro, qualunque esso sia. Questo ipnotico processo industriale richiede solo di rado il mio intervento, ormai; al contrario le risorse che servono all’impianto per funzionare sono aumentate, in quantità e tipologie. Il perché lo stia facendo (ma io sto davvero facendo qualcosa, poi?) resta insondabile, ma lo scorrere ritmico degli eventi è sempre più affascinante. 

Sixty Four è un idle game. Se non sapete cosa sia un idle game, tranquilli, fino a poco fa lo ignoravo anche io. E gioco da prima di saper scrivere e scrivo di videogiochi da molti più anni di quanti mi faccia piacere ammettere. Nonostante ciò, inizio solo ora a capire qualcosa degli idle game, mentre Sixty Four mantiene la sua dimensione di mistero di cui a mala pena mi sembra di aver scalfito la superficie. 

Forse so, però, perché continuo a giocarci, dopo averlo mollato a una manciata di minuti dall’inizio al primo tentativo e averlo ripreso sentendo che mi stesse sfuggendo qualcosa. Perché non c’è un motivo per fare ciò che il gioco richiede, ma semplicemente farlo provoca una scarica di piacere. Sarà l’ordine rassicurante o la riduzione del meccanismo più elementare del videogioco ai suoi minimi termini, chissà; ma funziona. 

Il significato di Sixty Four invece è un buco nero come l’origine di tutte le cose (secondo almeno le due versioni più accreditate). Forse è un’elegantissima metafora del tardo capitalismo industriale, la brama di accumulo fine a se stessa, o forse è una ancora più sottile presa in giro di noi videogiocatori, incollati a un loop infinito a prescindere dal senso, per il puro gusto di farlo. O magari è un’installazione artistica il cui significa sta proprio nel non averne. Forse bisognerebbe chiederlo a Oleg Danilov, il suo creatore, ma in fondo saperlo sarebbe come . Ad ogni modo credo che i messaggi di quell’amico che continuano a far capolino rimarranno senza risposta ancora per un po’. 

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Claudio Magistrelli

Pessimista di stampo leopardiano, si fa pervadere da incauto ottimismo al momento di acquistare libri, film e videogiochi che non avrà il tempo di leggere, vedere e giocare. Quando l'ottimismo si rivela ben riposto ne scrive su Players.

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