Ti svegli — buongiorno — ti alzi, fai colazione, ti lavi i denti e fai tutti quei gesti quotidiani che anticipano il timbro del cartellino. E poi lavoro: la tua giornata passa attraverso tutta una serie di rituali sempre uguali, fino all’agognato momento di stimbrare. Torni a casa, fai la doccia, vai in palestra. Vai in palestra? C’è già buio, fa freddo e poi sei stanco morto. Facciamo che anche oggi ci andrai domani. Ora sei in pigiama, accendi Netflix, ti spari quattro o cinque puntate della serie che stai seguendo finché non è ora di cena. Lava i denti, metti il pigiama, sotto le coperte. A domani. 

Ti svegli — buongiorno — ti alzi, fai colazione, ti lavi i denti e fai tutti quei gesti quotidiani che anticipano il timbro del cartellino. E poi via al lavoro, ma, aspetta un attimo, cos’è quel cartello? “lavori in corso”. Uh-oh, e adesso? Adesso i casi sono due: 

1) registri l’informazione, la elabori, apri Google maps e cerchi un’altra strada. Se tutto si risolve per il meglio, puoi tornare nei binari della tua vita e dimenticare l’episodio; altrimenti fai un respiro, chiedi aiuto e, beh, comunque vada, in qualche modo te la cavi. 

2) sei terrorizzato, spiazzato, completamente paralizzato. Hai la sensazione di essere disconnesso dallo spaziotempo come una vecchia cabina telefonica sopravvissuta non si sa come alla rivoluzione mobile, e in quel preciso istante, almeno per una volta nella tua vita, sei un folle, quel corpo estraneo e inservibile che la società estrude dal suo tessuto connettivo. Sì, insomma, sei come tizio che sta fermo da due ore davanti alla fermata della metro. 

Ted un tipo strano

Questa è la storia di Ted un tipo strano, ovvero un ragazzo che vive e lavora a Parigi ed è affetto da sindrome di Asperger; ma questo all’inizio non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che Ted è un tipo strano, si comporta in maniera bizzarra, fa delle cose assurde, tipo fare la pipì sotto il materasso, mangia sempre lo stesso panino nello stesso fast food tutti i giorni, siede sempre nello stesso posto sul metro, e così via.

Ma chi è Ted? Perché si comporta così? La risposta ce la dà lo stesso protagonista a circa metà fumetto. Con una buona dose di approssimazione¹, si può dire che Ted vive, pensa e percepisce le cose in maniera diversa dagli altri — ammesso e non concesso che esista un modo di sentire uguale per tutti.

La sua risposta alla realtà è come disorganizzata, sul punto di sgretolarsi davanti al primo imprevisto, e la sua unica strategia di sopravvivenza consiste nello scandire la quotidianità in una serie di azioni fortemente ritualizzate. Strategia che comunque mostra le sue crepe quando un imprevisto effettivamente irrompe nella sua vita e le cose cominciano a girargli male, ma talmente male da diventare tragicomiche.

Merito del buon vecchio slapstick, impiegato da Èmilie Gleason, l’autrice, nella duplice funzione di far ridere — tanto — e allo stesso tempo inchiodare il lettore al suo stesso senso di colpa. Esagero? Forse un po’, ma dopotutto perché si ride, se non per preservare l’ordine sociale? Isolare, deplorare, penalizzare i comportamenti che si discostano dalla cosiddetta normalità? Sapete com’è: nel medioevo, i matti presero il posto dei lebbrosi e come tale venivano trattati; nel XVII secolo venivano internati assieme a disoccupati e vagabondi, senza alcuna distinzione; nell’età moderna, il luogo dove finivano gli alienati era il manicomio.

Insomma, passano i secoli, ma il folle, il diverso, il tipo strano subisce sempre la stessa sorte: viene deriso, stigmatizzato e, quando possibile, rinchiuso. La derisione, in definitiva, è parte di quel meccanismo che separa i cosiddetti “normali” dai matti. È ciò che accade effettivamente a Ted, che di pagina in pagina smarrisce le sue coordinate e finisce sempre più lontano in un sentiero accidentato senza possibilità ritorno; la famiglia e i medici falliscono nel loro ruolo di bussola e sostegno, ignorano i bisogni e le esigenze peculiari di Ted come persona, inquadrandolo nel ruolo di un malato da curare o, quantomeno, da ricondurre a una situazione di “normalità”.

Si innesca in questo modo una catena di disavventure che non può che condurre a un amara quanto inevitabile conclusione, che ci lascia con una serie di quesiti sul significato della “normalità”, su come sia crudele (e facile, tutto sommato) alienare una persona dai propri diritti sulla base di criteri di conformità a un certo modo di vivere e su cosa voglia dire provare sulla propria pelle l’isolamento e lo stigma della diversità. 

Guazzabuglismo [tag_not_found]

Lo stile anarchico e fuori da ogni possibile collocazione è sicuramente la prima cosa che salta all’occhio, e devo ammettere di aver avuto più di qualche riserva nelle prime pagine. Ma a mano a mano che entravo in sintonia con il fumetto mi sono accorto che l’unico vero problema è il riuscire a trovargli un’etichetta giusta senza rischiare di fare la figura degli stupidi.

Come definire quel caos di linee semplici e colori fluorescenti, guazzabugli vorticosi di figure che si contorcono, ballonzolano e invadono gli spazi senza alcun riguardo per le formalità del fumetto? È qualcosa che non trova riscontri in altri comics o in altre opere visuali — almeno, in nessuna che io conosca.

Come chiamarlo? Primitivismo pop? Infantilismo? Scarabocchismo? Ecco, a questo punto direi che il rischio di passare per scemo si è ampiamente concretizzato. In ogni caso, una cosa appare evidente a chiunque, e cioè che lo stile della Gleason non manca certo di personalità né di efficacia espressiva: cito a titolo d’esempio il frangente in cui un grappolo di emoticon si sostituisce al volto del protagonista a rappresentare le sue difficoltà nell’esprimere e regolare le proprie emozioni² o le varie trasformazioni anatomiche, le quali sono al contempo un espediente comico/caricaturale e uno strumento di mimesi funzionale a proiettare sulle pagine ciò che avviene nella testa di Ted. Al termine della lettura, i dubbi iniziali prendono dunque la forma di un quesito: sarebbe stato possibile illustrare con altrettanta incisività la storia di Ted adottando uno stile più convenzionale? 

Émilie Gleason, una tipa strana

Émilie Gleason si presenta a una videointervista con le sopracciglia turchesi, parla del suo lavoro con passione, sembra non prendersi sul serio con la sua mimica facciale spassosissima, ma arriva quasi a commuoversi quando la discussione si sposta sull’aspetto biografico³ del suo fumetto. Io la osservo e mi domando quale magia prenda vita in quella testa per riuscire ad affrontare con leggerezza e umorismo un tema delicato quale è quello della sindrome di Asperger e dello stigma sociale, ponendosi alla stessa distanza tanto dal pericolo di una rappresentazione macchiettistica quanto dal rischio di scivolare nel freddo didattismo della nonfiction. Ted un tipo strano è quello che è: una storia, che riesce far ridere di cose che fanno piangere e a volte fa piangere per cose che fanno ridere, rivelano significati sulla natura umana natura umana come solo un racconto può fare. 

Pubblicato in Francia nel 2018 con il titolo di Ted drôle de coco, ha vinto il Prix Révélation al festival di Angoulême 2019 e il Prix BD Zoom di Ginevra, ed è stato nominato per il Prix littéraire Région Sud Provence-Alpes-Côte d’Azur. In Italia è stato pubblicato da Canicola nel 2020 suscitando da subito grande interesse presso la critica.

Émilie Gleason, autrice belga-messicana, si è laureata presso la scuola d’arte di Strasburgo e ha collaborato con diverse riviste indipendenti quali Kuš!, Biscoto e Schnösel Mösel. Tra i suoi ultimi progetti va per forza citata la biografia a fumetti di Vikash Dhorasoo.


NOTE:

¹: per una definizione più corretta vi rimando invece a quella del DSM 5;

²: una caratteristica tipica delle persone affette da sindrome di Asperger è proprio la difficoltà di gestire le proprie emozioni;

³: la trama è ispirata infatti alla storia di suo fratello e dalle difficoltà incontrate nel corso della sua vita.

Ted un tipo strano



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