Attenzione: dopo i primi due paragrafi inizierà la parte – segnalata – spoilerosa.
Se non avete letto i libri, rischiate di non capire assolutamente nulla di quello che ho scritto.

La doverosa premessa: faccio parte di quella categoria di persone che vorrebbero veder preservata la loro esperienza di lettore o spettatore, sono protettiva nei confronti di quell’unicità che può essere data solo da un prodotto iniziato, concluso e consegnato alla Storia. Non sono ingenua e, con consapevolezza mista a rassegnazione e curiosità in quantità variabili, so già che esattamente come voi vedrò prima o poi ogni libro, film, serie tv da me amati riproposti sotto forma di remake, reboot, revival, pre e sequel.

Il dibattito tra la fazione dei conservatori e quella dei “perché no, vediamo” è comunque apertissimo: a volte interessante, altre ozioso, l’operazione Animali Fantastici ha però delle peculiarità rispetto a tutti gli altri casi, e a incuriosirmi sono infatti le modalità con le quali si sta (purtroppo) espandendo questo universo più di quanto riescano a fare i due film per altro indegni, ma di questo parlerò più avanti.

La saga letteraria si è conclusa nel 2007, la trasposizione cinematografica nel 2011, insomma l’altro ieri. Nel 2016 viene pubblicato Harry Potter and The Cursed Child, il sequel dato alle stampe come ottavo libro della serie ma che è semplicemente la sceneggiatura della rappresentazione teatrale che va in scena dal 2017 a Londra e di recente in tournée a New York. Gli autori de facto sono John Tiffany e Jack Thorne ma benestare, supervisione, sigillo di garanzia e la faccia sono quelle di JK Rowling. Tra i Doni della Morte e La Maledizione dell’Erede la saga non è stata mai davvero lasciata lì a sedimentarsi soprattutto perché è la stessa autrice a esserci tornata su più volte fornendo a voce informazioni (Silente gay) che hanno obbligato a una rilettura con premesse diverse, e creando Pottermore, sito/risorsa interattivo su cui ha postato materiale originale come ad esempio l’articolo di Rita Skeeter in cui, in occasione della Coppa del Mondo di Quidditch del 2014, viene fatto un po’ il punto delle vite di Harry Potter&Co da adulti.

Arriviamo ai nostri giorni quando siamo al secondo capitolo su cinque di Animali Fantastici. Animali Fantastici è un libretto pubblicato nel 2001 scritto per beneficenza da Rowling che per l’occasione si firma Newt Scamander, il magizoologo protagonista, o presunto tale, della pentalogia in lavorazione.

Riassumendo, la saga letteraria terminata da solo un decennio ha già avuto un trattamento cinematografico quasi contemporaneo alla controparte cartacea conclusosi da ancora meno anni. A breve distanza il sequel è una rappresentazione teatrale e, sebbene chiunque possa leggere il testo, va da sé che pochissimi – rispetto ai milioni di lettori in giro per il mondo – hanno avuto e avranno in futuro l’occasione di vedere la rappresentazione teatrale senza la quale l’esperienza della lettura risulta mutilata. Gli autori ne sono consapevoli tant’è che la sceneggiatura in più punti presenta annotazioni che per un lavoro teatrale non hanno senso, ma sono indicazioni necessarie per chi non vedrà la messa in scena dal vivo. Nel 2013 viene annunciata la trasposizione cinematografica di Animali Fantastici.

Nonostante l’epilogo di Harry Potter sia stato posizionato 19 anni dopo la Battaglia di Hogwarts e scritto con tutti i crismi di un lieto fine totale e senz’appello proprio per affermare “finisce qui, non chiedetemi altro”, il potterverse non solo non è stato congedato, ma è continuamente in fieri e perfino suscettibile di riscrizioni la cui natura non è chiaro se dipenda dal fatto che l’autrice abbia un piano (non ci credo), o semplicemente non ricordi cosa lei stessa ha scritto e né il suo editor, né un famigliare, né un vicino di casa, si sono mai azzardati a farle notare incongruenze ed errori macroscopici. Questo è accaduto per La Maledizione dell’Erede così come per Animali Fantastici

Fantastic Beasts and Where to Find Them’ is neither a prequel nor a sequel to the Harry Potter series, but an extension of the wizarding world.

Ecco, non è così. L’autrice aveva dichiarato che i nuovi film sarebbero stati ambientati 70 anni prima dell’arrivo di Harry (fin qui ci siamo) e che non avrebbero costituito un prequel ma I Crimini di Grindelwald rende evidente evidente che siamo di fronte proprio a un prequel, e qui sorgono i problemi per il come perché se è facile ignorare – per chi vuole – l’esistenza della Maledizione dell’Erede, Animali Fantastici intacca ciò che viene dopo e che già conosciamo. La questione della smaterializzazione all’interno di Hogwarts è anche meno grave rispetto a una questione di fondamentale importanza che riguarda Silente praticamente riscritta in disaccordo con i suoi stessi libri.

Da qui in avanti tutti gli spoiler +1, libri inclusi

Il curriculum da regista cinematografico di David Yates parla chiaro, la sua attività è essenzialmente essere il regista degli Harry Potter. Non ha mai brillato nel compito, ma in qualche modo ha portato a casa il risultato grazie all’ottimo materiale di partenza e un cast che ogni suo collega vorrebbe avere il piacere di dirigere. Entrambe queste due condizioni vengono meno per Animali Fantastici: le due sceneggiature di Rowling sono deboli, farraginose e sacrificate all’altare del dio spiegone, attori e attrici latitano in carisma, espressività e, se non fosse per il reparto costumi, le attrici non avrebbero un minimo di presenza scenica.

Queene, per esempio, sembra un’indossatrice a cui hanno affidato un ruolo con cui non sa bene cosa fare. Il suo dono potrebbe essere esplorato in mille modi, soprattutto dal punto di vista etico e morale, ma viene ridotto a un trucchetto da mentalista. Il suo soggiogare magicamente Jacob per convincerlo al matrimonio era il punto su cui lavorare per rendere credibile l’adesione, altrimenti repentina, della donna alla causa di Grindelwald evidenziando come una tendenza alla manipolazione e all’aggirare le regole per il proprio utile fossero indicatori di una personalità meno limpida di quanto si potesse immaginare inizialmente. La situazione, ricca di potenziale, viene però trattata come se l’incantesimo fosse stato un atto un po’ avventato, biasimabile più per la violazione dello statuto magico che per una questione morale. Ricordiamo che Merope Gaunt aveva ottenuto Tom Riddle con l’uso della magia e Rowling, per bocca di Silente, era stata attenta nel presentare le tragiche conseguenze del suo atto, non ultima la scelta di Merope di rinunciare completamente alla magia. Naturalmente la situazione tra Queene e Jacob è diversa, c’è reciprocità di sentimenti, eppure il venire meno della fiducia e il privare l’altro del libero arbitrio trasformandolo in una marionetta inconsapevole sono azioni abiette che avrebbero meritato una trattazione che non sembrasse un litigio qualunque tra innamorati.

Jude Law in pochi minuti sfila facilmente l’intero film a tutti gli altri, ma nel suo caso si sta procedendo a una riscrittura del personaggio e no, non mi riferisco all’abbigliamento, per quanto trovi la questione molto affascinante. Nel film Silente rifiuta inizialmente di confrontarsi con Grindelwald perché i due sono uniti da un giuramento di sangue. Nel momento in cui Scamander riesce a recuperare l’ampolla del patto, capiamo che a quel punto il futuro preside potrà annullare la magia vincolante.

Nei Doni della Morte la storia è ben diversa. In un momento in cui Silente, Grindelwald e Abelforth si scontrano, parte un incantesimo che colpisce e uccide la sorella di Silente. Questo episodio segna il momento in cui il giovane Silente, spregiudicato, geniale, bramoso di esplorare e accrescere il proprio potere, distrutto dal senso di colpa per la morte della sorella (e conseguente fuga di Grindelwald), inizia a evolversi nel grande uomo che Harry conoscerà, e noi con lui. Silente, come spiega ad Harry, era inizialmente riluttante a scontrarsi con l’amico/innamorato di una volta perché atterrito dall’idea di scoprire da Grindelwald che il colpo accidentale che uccise sua sorella proveniva proprio dalla sua bacchetta, l’idea di poter essere stato lui a scagliare la maledizione mortale lo tratteneva dall’affrontare l’antagonista. È evidente come la storia, così come la conosciamo, fornisce una profondità al personaggio e una motivazione dietro le sue scelte future che vengono spazzate via da una causa molto più mondana e stringente.

Le nuove trilogie e i remake, anche a livello seriale, puntano poi su un’aggiornamento per rispondere alle esigenze di un clima culturale, sociale e politico per fortuna in evoluzione. Star Wars ha incentrato la nuova trilogia su una ragazza Jedi affiancata da un co-protagonista afroamericano, Ocean 12 e Ghostbusters sfoggiano un cast tutto al femminile, per il reboot di Charmed sono state scelte tre attrici di origine latina, così come il reboot di Buffy, se andrà in porto, avrà protagonista e showrunner afroamericane… Insomma, tornare su un’opera già chiusa per tanti altri casi è stato anche un modo di parlare a una platea la cui complessità e varietà per etnia, religione, orientamento sessuale viene finalmente presa in considerazione. Non è questo il caso di Animali Fantastici.

Il leading cast è bianco e maschile, le donne si posizionano tutte su uno spettro di love interest che va da un’accettabile Tina che oltre a essere innamorata di Newt ha anche una missione da svolgere, a Bunty che nel 2018 incarna l’odioso cliché dell’assistente che vive in attesa che il suo capo si accorga della sua esistenza. Nel mezzo trovano posto la già citata Queenie, la scagnozza di Grindelwald, Leta Lestrange che assesta una bella doppietta sacrificandosi per i due uomini che ama, anche se Nagini, una ragazza asiatica destinata a trasformarsi nell’animale preferito di Voldemort, si fa vistosamente notare per il modo creativo in cui nel suo personaggio si combinano razzismo e sessismo.

Sì, l’amore tra Silente e Grindelwald è evidente nella scena davanti allo specchio delle brame, ma questo non è sufficiente a meritare al film un encomio: piuttosto che sublimare l’unione tra i due attraverso un allusivo patto di sangue, sceneggiatrice e regista avrebbero potuto osare almeno un bacio e risparmiarsi la storia del voto.

Animali Fantastici e Dove Trovarli è ambientato a New York, I Crimini di Grindelwald a Parigi, ma se non fosse per un’immagine della Statua della Libertà posta a inizio del primo film, e di un paio di inquadrature che lasciano intravvedere la Torre Eiffel, i luoghi sarebbero quasi intercambiabili: le ambientazioni sono mostrate in un modo così anonimo da non essere neanche valutabili come stereotipate. Nella migliore delle ipotesi questi due primi capitoli sono un enorme e prolisso setting per i restanti film che probabilmente avrebbero funzionato meglio come una trilogia.

L’idea di esplorare il mondo magico avendo come filo conduttore un magizoologo che insegue le sue creature per tutto il globo terracqueo sarebbe stata efficace se effettivamente fosse stato mostrato cosa c’è fuori da Hogwarts, ma Ilvermory, la scuola di magia del Nord America, viene appena nominata nel primo film mentre il resto del mondo magico è un luogo narrativo, prima ancora che cinematografico, derivativo, privo di fascino, fantasia e novità. La serie letteraria induce a voler restare più tempo possibile nei luoghi descritti da Hogwards a Hogsmeade, il world building di Animali Fantastici cosa vorrebbe indurci a desiderare, di finire dentro la valigia di Scamander?

Con queste premesse, il plot si rivela per quello che è, senza elementi a mitigarne la pochezza: I Crimini di Grindelwald è una soap opera con tanto di scambio di neonati e rivelazioni su fratelli segreti. Dopo un’ora e mezza di inseguimenti, i personaggi principali si ritrovano nello stesso luogo finché Leta Lestrange mette in pausa il film che da quel momento diventa un audiobook, e spiega per filo e per segno tutto il polpettone di trama che Rowling non è riuscita a elaborare diversamente.

Solo Johnny Depp è riuscito a elevarsi al di sopra della mediocre media con un’interpretazione che finalmente va oltre il trucco e parrucco: tolta la sequenza di apertura e la manciata di minuti in cui appare Silente, oltre il già detto, resta solo il puntare il dito verso errori grossolani, passatempo molto più d’intrattenimento di quanto non lo sia il film.

Fin dal trailer siamo rimasti tutti interdetti: non ci si può smaterializzare all’interno del perimetro di Hogwarts. Il film non chiarisce come sia possibile, nel senso che non viene neanche trattato l’argomento, eppure non è un dettaglio, né una svista di poco conto: l’intero plot del settimo libro ruota intorno a questa nozione che viene ripetuta proprio perché fondamentale allo svolgersi degli eventi narrati nel Principe Mezzosangue. Una spiegazione futura sarebbe comunque una maldestra pezza a una situazione gestita male. Al di là di ciò che accade nel sesto libro, e di quanto riportato in Storia di Hogwarts che lascia capire che sia stato sempre così, l’impossibilità di smaterializzarsi all’interno della tenuta scolastica è una scelta assolutamente sensata, opportuna e razionale, sarebbe stato strano e illogico il contrario.

Ma tutte queste critiche sarebbero state evitabili non dico scrivendo una storia coerente, con personaggi interessanti, sfaccettati e attuali interpretati da un cast di livello, ma semplicemente scegliendo un nome diverso per la pentalogia e anziché Animali Fantastici, optare per un più onesto Soldi Fantastici e Come Farli.



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Mara Ricci

Serie tv, Joss Whedon, Jane Austen, Sherlock Holmes, Carl Sagan, BBC: unite i puntini e avrete la mia bio. Autore e redattore per Serialmente, per tenermi in esercizio ho dedicato un blog a The Good Wife.

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