In ogni movimento di macchina di Franz c’è una grazia evidente, vagamente femminile. La regista polacca Agnieszka Holland (candidata all’Oscar per la sceneggiatura di Europa Europa) torna a mostrare una mano solida ed esperta. Una maestria abbacinante per una decina di minuti. Poi, in un’estetica che a tratti rasenta la perfezione, serpeggia il sospetto: qualcosa non funziona.

Frammenti, ricordi, voci fuori campo, incubi e, più avanti, anche inserti documentari. Tessere che hanno l’ambizione di comporre un ritratto d’artista. Ma finiscono per restituirci soprattutto un uomo che – inaspettatamente – prende forma come qualcosa di lontano dall’inventore di mondi angoscianti in grado di cambiare la letteratura del Novecento. Un mosaico narrativo irrisolto.

La Holland, probabilmente, sa bene che il biopic tradizionale applicato a Kafka avrebbe funzionato male. Una vita, quella dell’autore de La metamorfosi, che non ha niente di spettacolare. Renderlo protagonista al cinema, poi, è un po’ inseguire un’ombra che sfugge: una vita da autore poco riconosciuto in vita, fatta di routine borghese e salute malferma che possono diventare sabbie mobili narrative.

La regista sceglie allora una strada fatta di frammentazione, costruendo un film che mescola stili e registri non senza ironie e anacronismi. Infanzia, fiumi di lettere, amori e fallimenti si mixano a scorci del ventunesimo secolo, con i turisti sul lungofiume e i gadget venduti nei negozi di Praga, fino al paradosso dei ristoranti di hamburger a tema Kafka.

Come ci ha spiegato al festival del cinema di San Sebastián, la Holland non vuole criticare la commercializzazione di un autore che è diventato un brand. Probabilmente preferiva far emergere l’anima dietro quella sorta di meme che ha trasformato Kafka in un’icona.

Lo suggerisce anche il titolo: Franz. Solo il nome di battesimo. Non un monumento, quindi, ma un ritratto intimo già dall’incipit, con il piccolo Kafka cui il padre corpulento e autoritario taglia i capelli: uno dei conflitti più infidi della sua vita e un’ombra (quella paterna) difficile da scrollarsi di dosso.

Puntare soprattutto sulle fragilità e sulle ansie quotidiane del protagonista è una scelta coraggiosa, e alcuni dei momenti privati offrono lampi di verità emotiva. Ma sono sprazzi che non bastano al film: perché il genio creativo resta velato, una pillola indorata per renderla apprezzabile dal pubblico contemporaneo senza autentici strumenti di penetrazione psicologica o artistica.

E l’estetica controllata, quella scelta ponderata con cui la Holland mostra la sua maestria di regista, smorza l’impatto più viscerale del dolore diventando uno dei limiti principali di Franz. Il paradosso e il surreale che hanno reso l’autore così celebre sono suggeriti dalla validissima prova di Idan Weiss, perfetto nel ritrarre il Kafka in difficoltà, ma sfuggono nella mancanza di linearità narrativa in un ritratto pur formalmente audace.

La luce e i colori della fotografia di Tomasz Naumiuk creano un’ipnosi gentile: ritraggono Kafka nei suoi gesti quotidiani, nei piccoli tic, dettagli che parlano di un uomo che esiste e che vacilla. La visione complessiva, però, fa pesare la sua assenza.

Difficile affezionarsi o capire fino in fondo il protagonista in questa sorta di elegantissimo pastiche formale. Si finisce per provare pena o tenerezza ma, con il cuore pulsante dell’arte kafkiana così fuori fuoco, lontano, Franz finisce spesso per indulgere in una cura quasi maniacale del particolare che lo allontana tantissimo dalla grande massima hitchockiana “Il cinema è come la vita, ma con le parti noiose tagliate”.



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